Harold Brodkey, Lo stato di grazia, 1954

Se mia madre era in casa, mi preparavo a qualcosa di sgradevole, perché a lei non piaceva che mi sedessi e mi mettessi a leggere. Voleva mandarmi fuori, all’aria aperta, dove sarei potuto diventare un atleta ed essere un ragazzo come tutti gli altri, conosciuto e apprezzato da tutti. La riempiva di rabbia vedere che non le davo ascolto e aprivo un libro; una volta mi si precipitò addosso, il viso acceso di collera, afferrò il libro (doveva essere Orgoglio e pregiudizio), e lo scaraventò dalla finestra del terzo piano. Allora, me ne restai seduto e tentai un sorrisetto sprezzante, pensando che fosse un po’ pazza, con quella sua rabbia esagerata, e così sciocca da non capire che potevo anche non essere come lei mi voleva.
Ma adesso penso – forse con malinconia – che fosse soltanto disperata, spinta agli estremi dalla sua ansia di salvarmi. Sentiva, sapeva, in realtà, che sarebbe venuto il momento in cui, come un acrobata, avrei dovuto montare sulle sue spalle e sulle spalle di tutte le cose che aveva fatto per me e gettarmi in una vita che non poteva immaginare (la vita che sto conducendo adesso) e se voleva mandarmi fuori avvolto in luoghi comuni, in un corpo da atleta, con il dovuto rispetto per il denaro, era perché pensava che questa fosse la più calda protezione.