Thomas Ligotti, La cospirazione contro la razza umana, 2010

Michelstaedter non riuscì ad accettare un fatto straordinario nella vita dell’uomo: nessuno di noi può controllare ciò che è - una verità che estirpa ogni speranza, nel caso tu voglia essere un invincibile padrone di te stesso (la «persuasione») e non sottometterti a una vita che ti faccia rientrare nei limiti della sua irrealtà (la «rettorica», parola che Michelstaedter usa in maniera non convenzionale). Siamo definiti dai nostri limiti; senza di essi, non saremmo neanche dei funzionari nel grande spettacolo dell’esistenza cosciente. Più l’uomo progredisce verso una visione della specie che non ponga limiti alla coscienza, più si distanzia da ciò che fa di lui una persona tra le persone nella comunità umana. Secondo il punto di vista di Zapffe, una coscienza senza freni ci rivelerebbe la nostra falsità, sottoponendoci alle sofferenze di Pinocchio. Sono i limiti dell’individuo in quanto essere, non l’atto di superarli, a creare l’identità della persona e a preservare in essa l’illusione di essere speciale, non uno scherzo del destino, prodotto di cieche mutazioni.

Antonio Moresco, Lettera d’amore a Giacomo Leopardi, 2025

Persone che sanno o credono di sapere tutto, perennemente “disincantate”, veri e propri morti viventi che camminano, parlano, blaterano, dappertutto, nelle sedi istituzionali, negli studi televisivi… Ma non solo in alto, anche in basso… Basta guardarsi intorno, in questi anni, basta osservare i volti delle persone, nelle strade, sulle vetture delle metropolitane, sui treni, nei supermercati… Come è raro incontrare qualche volto che conservi una scintilla di gioiosa o di drammatica vita, che non sembri frustrato, incattivito, sconfitto, arreso. Tutti avvinghiati e uncinati ai loro smartphone come a un’ancora di salvezza, che non riescono a smettere di guardare e fissare neanche per un secondo, intere file di persone sedute nelle metropolitane in corsa lungo le gallerie buie e non uno che non sia incollato allo schermo del proprio smartphone, uomini, donne, giovani, vecchi, perfino bambini… non uno che parli con linguaggio umano con la persona che gli sta a fianco, che pianga, che si disperi, che si incazzi, che gridi, che rida, ma che rida davvero, non con quel sorrisino ebete che gli umani portano perennemente stampato sul volto e con il quale si fanno fotografare o si fotografano da sé, in questa epoca…

Alessandra Saugo, Metapsicologia rosa, 2017

Una fa, dottore a me serve la cultura per dire la verità, non per fare sfoggio. E detesto tutta quella gente barbogi anche giovani anche barboge che la sfoggiano e la aumentano e soffocano la verità depistano si inficiano sfalsano e impomatano di libri e parrucche. Ma con la cultura rischio sempre di mettermi un rossetto, quando parlo con le sue parole culturali, rischio sempre di voler sembrare più bella, perché è un attimo scivolare mettersi a civettare con le cose dello spirito, è un attimo, mettersi a civettare con la propria disperazione, si rende conto? Perché c’è la seduzione, sempre, e c’è bieca, c’è sempre un rossetto intorno a tutte le mie parole, e le mie mani gelate, che tremano, che hanno paura, che sono ferite, hanno lo smalto. Faccio ridere, ecco cosa. E non riesco da tanto tempo a cominciare niente senza la sensazione che il dente sia spezzato, e la masticazione un fatto diroccato.

Ornela Vorpsi, Il paese dove non si muore mai, 2005

«Che la gramigna mi copra, questo è il testamento che ti lascio!»
E a questo punto viene sempre presa dai singhiozzi. Piange la sua morte, il giorno in cui io, ingrata come sono, lascerò la sua tomba coprirsi d’erba. Io mi stupisco un po’, perché sembra quasi (da come lo dice) che morirà solo lei. E quindi ribatto:
«Mamma, ma non ti commuovere così tanto sulla tua morte, non è che morirai solo tu e noialtri rimarremo sulla terra».

Rosa Matteucci, Cartagloria, 2025

Mi sembrava di avere gli occhi dell'assemblea puntati addosso, ma, essendo stata educata a non curarmi di quel che pensava la gente, mi accodai a testa alta: ero pur sempre la nipote piccola del nobiluomo che aveva donato gli arredi della chiesa, e noi avevamo il banco più bello, in prima fila, con il cognome inciso su una targhetta di ottone. Ero l'ultima del corteo. Quando il prete mi riconobbe, sgranò gli occhi, non disse nulla, io spalancai la bocca e lui ci imbucò l'ostia come avrebbe fatto con una cartolina illustrata nella cassetta delle lettere.

José Saramago, L’uomo duplicato, 2002

Le azioni degli esseri umani, malgrado non siano più regolate da irresistibili istinti ereditari, si ripetono con una tale stupefacente regolarità che crediamo sia lecito, senza forzature, ammettere l’ipotesi di una lenta ma costante formazione di un nuovo tipo di istinto, supponiamo che socioculturale sia la parola adatta, il quale, indotto da varianti acquisite da tropismi ripetitivi, e purché in risposta a stimoli identici, farebbe sì che l’idea nata in una persona debba necessariamente nascere in un’altra.

Tommaso Giartosio, Autobiogrammatica, 2023

I grandi si guardano in faccia. Si controllano, si confrontano, si triangolano. I bambini guardano in alto, verso i grandi, e verso le maniglie delle finestre e dei cassetti dei grandi; poi compensano guardando in basso, verso i cani, gli insetti, i rigagnoli e le cose da raccogliere (da non raccogliere, secondo i grandi). Io ri-compensavo guardando di nuovo in alto. L’alfabeto era appeso tutto intorno all’aula. Era un alfabeto per bambini. Infatti stava appeso lassù, dove nessun bambino poteva toccarlo e sporcarlo.

John Lanchester, “London Review of Books”, luglio 2018

Secondo il pensiero economico convenzionale, nella maggior parte dei casi il debito e il credito non rappresentano un problema. Ogni credito è un debito, e ogni debito è un credito, attività e passività si compensano e il sistema trova sempre il suo equilibrio a zero. Quindi non importa quanto sono grandi questi numeri, quanto credito o debito c’è nel sistema, il risultato finale è lo stesso. Ma questo equivale un po’ a salire su una scala a pioli lunghissima e sapere che è meglio non guardare in basso. Prima o poi inevitabilmente guardiamo in basso, ci rendiamo conto di quanto siamo saliti in alto e cominciamo a non sentirci tanto bene. È quello che successe alla vigilia della stretta creditizia: all’improvviso la gente cominciò a chiedersi se quegli investimenti, quei pacchetti di mutui cartolarizzati (che erano stati venduti e rivenduti in tutto il sistema finanziario al punto che nessuno sapeva dove fossero, in una specie di gioco allo scaricabarile in cui non si sa chi ha il barile e cosa c’è dentro) valessero davvero quello che si diceva. La gente si rese conto di quanto era salita in alto e cominciò a scendere, cioè cominciò a ritirare il credito. E così nel settembre del 2007 nel Regno Unito ci fu la prima corsa agli sportelli dall’ottocento, seguita dal crollo della banca Northern Rock e dalla sua nazionalizzazione. Fu il primo sintomo della crisi globale. Il passaggio successivo fu il crollo della statunitense Bear Stearns nel marzo del 2008, seguito dal crac che portò davvero il sistema finanziario globale sull’orlo del precipizio: l’implosione della banca d’affari statunitense Lehman Brothers il 15 settembre 2008. Dal momento che la Lehman era una camera di compensazione e un deposito di migliaia di strumenti finanziari provenienti dall’intero sistema, all’improvviso nessuno sapeva più chi doveva cosa e a chi, chi era esposto a quale rischio e quale sarebbe stata la prossima banca a fallire. A quel punto cominciò la stretta creditizia: l’offerta globale di credito si prosciugò. All’epoca alcuni banchieri mi dissero che quello che era successo era teoricamente impossibile: era come se simultaneamente si fosse alzata la marea in tutto il pianeta. In passato c’erano state altre crisi - il crollo improvviso della borsa nell’ottobre del 1987, le crisi dei mercati emergenti, la crisi russa negli anni novanta, la bolla di internet - ma in ognuno di questi casi il capitale si era semplicemente spostato da una parte all’altra. Non c’era mai stata - e nessuno la credeva possibile - una situazione in cui tutto il credito spariva simultaneamente in ogni angolo del pianeta, portando il sistema sull’orlo del baratro.

Elizabeth Strout, Olive Kitteridge, 2008

Molly Collins è accanto a Olive Kitteridge, in attesa insieme agli altri, e si è appena guardata alle spalle, verso quel lato del drugstore. Con un profondo sospiro dice: «Una così brava donna. Non è giusto».
Olive Kitteridge, dalla corporatura massiccia, più alta di Molly di un’intera testa, si fruga nella borsa alla ricerca degli occhiali da sole, li indossa e lancia uno sguardo duro a Molly Collins, perché le sembra una cosa molto stupida da dire. È stupido il presupposto da cui partono tutti, che in qualche modo le cose debbano essere giuste. Ma alla fine risponde: «È vero, è una brava donna», e si volta a guardare la forsizia in fiore sull’altro lato della strada, vicino alla sala comunale.

Woody Allen, Un giorno di pioggia a New York, 2019

- Sì, forse nei film, ma questa è la vita reale.
- La vita reale è per chi non sa fare di meglio.

Margaret Atwood, Il racconto dell'ancella, 1985

È impossibile descrivere una cosa esattamente com'era, perché ciò che dici non può mai essere esatto, devi sempre trascurare qualcosa, ci sono troppe facce, lati, fattori che si intersecano, sfumature; ci sono troppi gesti, con questo o quel significato, troppe forme che non si possono mai descrivere completamente, troppi sapori, nell'aria o sulla lingua, troppe mezze tinte, troppe. Ma se sei un uomo in un qualsiasi tempo futuro, e ce l'hai fatta sin qui, ti prego ricorda: non sarai mai soggetto alla tentazione del perdono, tu uomo, come lo sarà una donna. È difficile resistere, credimi. Ricorda, però, che anche il perdono è un potere. Chiederlo è un potere, e negarlo o concederlo è un potere, forse il più grande.

John Williams, Stoner, 1965

Era arrivato a un'età in cui, con intensità crescente, gli si presentava sempre la stessa domanda, di una semplicità così disarmante che non aveva gli strumenti per affrontarla. Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata. Sospettava che alla stessa domanda, prima o poi, dovessero rispondere tutti gli uomini. Ma si chiedeva se, anche agli altri, essa si presentasse con la stessa forza impersonale. La domanda portava con sé una certa tristezza, ma era una tristezza diffusa che (pensava) aveva poco a che fare con lui o con il suo destino particolare. Non era neanche sicuro che essa sorgesse dalle cause più ovvie e immediate, ovvero da ciò che la sua vita era diventata. Sorgeva, secondo lui, dall'accumularsi degli anni, dalla densità dei casi e delle circostanze e dalla comprensione che era riuscito ad averne. Provava un piacere triste e ironico al pensiero che quel poco di conoscenza che si era conquistato l'avesse condotto a tale consapevolezza e che alla lunga tutte le cose - perfino ciò che aveva imparato e che gli consentiva quelle riflessioni - erano futili e vuote, e svanivano in un nulla che non riuscivano ad alterare.

Paolo Flores d'Arcais, “MicroMega”, 5/2011

Non è con il semplice ragionamento che possiamo risolvere le questioni morali nel loro fondamento primo (o ultimo). È necessario presupporre un nucleo minimo di valori comuni che non può essere dimostrato, che è dunque arbitrario perché è scelta non ulteriormente fondabile.
Possiamo scegliere il primato del “tu” per tutti gli altri, in eguale e reciproca dignità, ma possiamo viceversa scegliere di considerare gli altri “materia a disposizione” per l'affermazione della nostra supremazia individuale o di gruppo. La scelta fra queste due possibilità non può essere razionale, è una decisione (benché spesso inconsapevole) in senso puro. Nell'orizzonte di questa scelta prima e infondabile si apre poi il campo per la dimostrabilità razionale delle altre norme, ma se questo terreno comune già non c'è, è inutile sperare di invocare la natura o la ragione per risolvere i dilemmi etici di fondo. Si tratta perciò di combattere la battaglia perché uno di questi due valori - eguale dignità o diritto alla sopraffazione - prevalga. Fino a che la prima di queste scelte non è effettivamente comune, non c'è modo di dimostrare razionalmente i valori che ci stanno a cuore.

Chuck Palahniuk, Cavie, 2005

E non sarebbe potuto arrivare in un momento storico più propizio. Inquinamento, sovrappopolazione, malattie, guerra, corruzione politica, perversione sessuale, omicidi, tossicodipendenza... forse non erano peggiori che in passato, ma oggi avevamo la televisione che non faceva che lamentarsene. Un promemoria costante. Una cultura della lamentela. Questo va male, quest'altro anche, e via così... La maggior parte delle persone, anche se non l'avrebbero mai ammesso, non avevano fatto altro che lagnarsi dal giorno in cui erano nate. Dal primo istante in cui la loro testolina era sbucata alla luce della sala parto, nulla era mai andato bene. Non c'era mai stato nulla di piacevole, nulla che li avesse soddisfatti.

Patrik Ourednik, Istante propizio, 1855, 2006

Gli ottimisti - gente pacata, gioviale, sorridente - pensano che tutto vada per il meglio. Tutti gli orrori del mondo, tutta la malvagità e la bestialità umane, tutto questo fa parte della vita. Che pessimismo!
I pessimisti, quanto a loro - persone lugubri, biliose, atrabiliari - pensano che la vita dovrebbe essere migliore, che potrebbe anche non essere stupida e cattiva. Che ottimismo!

Aldo Giorgio Gargani, Linguaggio, sistema e calcolo, 1995

Nei colloqui alla fine degli anni Venti con esponenti del circolo di Vienna quali Waismann, Schlick, Carnap e Feigl, Wittgenstein osserverà infatti che non vi sono concetti matematici nel senso in cui vi sono concetti. Concetto è un predicato o funzione f(x) che assegna una proprietà a un argomento o oggetto che satura la funzione, per esempio f(a), trasformandola in una proposizione. Ma i numeri non sono oggetti o entità che cadano sotto un concetto o dei quali si possano predicare proprietà, perché un numero è le sue proprietà e non ha alcuna esistenza avanti alle sue proprietà.

Laura Salmon, L’eversione umoristica, 2002

Il terapeuta “ragiona” per far ragionare il paziente, utilizza ogni possibile strategia esplicativa. Esattamente all’opposto funziona il messaggio aforistico, in cui la capacità metaforica di un’immagine ha un potere comunicativo enormemente superiore a quello di lunghi e articolati discorsi. A differenza della comunicazione artistica e aforistica, infatti, il discorso logico, razionale del “trattato” agisce sulle strutture psichiche del destinatario con lentezza e gradualità, allo scopo di attuare il cambiamento a livello della presa di coscienza. Secondo Watzlawick, la razionalità e la consapevolezza risultano invece il fondamentale ostacolo al cambiamento: agendo con lentezza, offrono la possibilità di mettere in atto le difese con cui la mente protegge il “se stessa” che si è costruita, «perché – per dirla con Dovlatov – ognuno di noi è ciò che sente di essere». I nostri procedimenti mentali sono abitualmente governati dall’ordine convenzionale con cui cataloghiamo e associamo i pensieri e che porta a categorizzare la realtà in strutture che rispondono al criterio dell’analogia o dell’opposizione. In altre parole, è la nostra innata capacità di giudizio che tende a catalogare oggetti ed eventi in termini binari (buono/cattivo, verità/menzogna ecc.). Le informazioni tendono ad essere registrate in modo che si eviti commistione o ibridità.

Roberto Bolaño, Il gaucho insopportabile, 2003

Durante la passeggiata la psichiatra parlò del suo lavoro in una clinica a Buenos Aires. La gente, gli disse o lo disse ai conigli che a volte, furtivamente, accompagnavano per un tratto i cavalieri, era sempre più squilibrata, fatto ormai accertato da cui la psichiatra deduceva che lo squilibrio mentale forse non era una malattia, ma una forma di normalità latente, una normalità vicina alla normalità riconosciuta dai comuni mortali.

Matteo Galiazzo, intervista “Nazione Indiana”, 15 giugno 2012

Quando ho cominciato a scrivere tra i modelli avevo soprattuto Vonnegut, e quindi l’idea centrale era sempre una cosa, come dire, spiegare gli umani agli alieni, o viceversa. Il relativismo cosmico, insomma. Lo spostamento dell’umano dal centro della scena (noi provinciali dell’orsa minore). Una volta ho scritto un racconto con un titolo orrendo: Disantropocentrismo. Non ricordo di che parlava (forse Marco Drago se lo ricorda), ma il concetto era quello non empatizzare mai con il genere umano, soprattutto con le sovrastrutture di cui l’umanità andava più orgogliosa: le patrie, le religioni, le squadre di calcio, le letterature. Molte cose che ho scritto all’inizio erano così: ignora gli umani. Credo che la cosa sia stata potenziata notevolmente anche dalla mia mancanza di senso ideologico, dall’alienazione a qualunque sistema di impegno, dall’orticaria per robe tipo il messaggio, o la morale della favola.

Domenico Starnone, Via Gemito, 2000

Non dimenticò mai più quei due. Quando mio padre ne raccontava, anche da vecchio, seguitava a emozionarsi. Carabinieri, all'epoca, ne aveva visti molti dal balcone. Aveva studiato le loro divise, le aveva confrontate con quelle meno belle delle guardie regie. Ma ora li trovava lì dentro in formato gigante, facce dipinte, mustacchi dipinti, divise dipinte, sciabole dipinte, pennacchi dipinti, a riprova che anche altri guardavano il mondo e se ne appropriavano con mani occhiute. Sentì per la prima volta, mi diceva con una lieve commozione, che vivere è veramente bello solo quando la vita è pittata.

Magda Szabó, La porta, 1987

Emerenc odiava il potere in quanto tale, in qualunque mani fosse riposto, se mai fosse comparso un uomo capace di risolvere i problemi dei cinque continenti insieme, Emerenc si sarebbe schierata comunque contro di lui, semplicemente perché aveva trionfato. Nella sua testa tutti avevano un comune denominatore, Dio, il notaio, l'attivista del partito, il re, il boia, il segretario generale dell'Onu, e se per caso manifestava solidarietà a qualcuno in particolare, la sua compassione era universale, rivolta non solo a chi se la meritava. Era rivolta a tutti. Senza alcuna distinzione. Persino ai criminali.

Virginia Woolf, Gli anni, 1937

Lui stava guardando quella dama. Sembrava che fosse il loro sguardo a sorreggerla; a farla fremere. E d'improvviso Eleanor ebbe l'impressione che tutto fosse già accaduto. Così, quella sera al ristorante, una ragazza era entrata ed era rimasta, fremente, sulla porta. Sapeva alla perfezione cosa avrebbe detto lui. L'aveva già fatto, al ristorante. Avrebbe detto: È come la sfera in equilibrio sullo zampillo della fontana di una pescheria. Mentre lei lo pensava, lui lo disse. Ma davvero tutte le cose tornano con qualche piccola differenza? pensò. Se è così, c'è uno schema; un tema ricorrente, come in musica; in parte ricordato, in parte prevedibile?... Uno schema colossale, percepibile solo per brevi momenti? Il pensiero la rese molto felice: che ci fosse uno schema. Ma chi lo mette in pratica? Chi lo pensa? La mente annaspava. Non riuscì a finire il pensiero.

William Gaddis, Le perizie, 1955

Sì, spesso l’unico sistema per sapere se aveva letto un giornale era quello di cercare la pagina dei fumetti, dove la vita scorreva senza tregua; e, riconoscendoli, egli sapeva che doveva aver letto tutto il resto attentamente e avidamente, che nulla era sfuggito al suo occhio, né penetrato nel suo cuore intorno a cui aveva eretto quel muro chiamato obiettività, senza il quale sarebbe potuto impazzire. Mentre le storie di violenza sembravano moltiplicarsi quotidianamente, ben di rado gli capitava di pensare che viveva in una densità demografica talmente innaturale da produrre ogni giorno un numero di catastrofi bastevole a un continente. Oltre a questo arrivava il sangue del mondo, fatto affluire per radio, telescrivente, cavi sottomarini, e si rovesciava, senza che durante il viaggio ne fosse andata perduta una goccia, sul signor Pivner, il quale restava seduto, deciso, paziente, inflessibile, se lo tergeva dagli occhi e ne aspettava dell’altro.

Andrea Wulf, L'invenzione della natura, 2015

Alla fine del diciottesimo secolo alcuni scienziati avevano cominciato a ipotizzare che la terra fosse più antica della Bibbia, ma su come si fosse formata non si trovavano d’accordo. I cosiddetti “nettunisti” ritenevano che la forza determinante fosse stata l’acqua, che avrebbe creato le rocce attraverso un processo di sedimentazione e poi avrebbe lentamente determinato la nascita di montagne, minerali e formazioni geologiche emergenti da un oceano primordiale. Altri, i “vulcanisti”, sostenevano che tutto avesse avuto origine attraverso eventi catastrofici come ad esempio le eruzioni vulcaniche. Il pendolo continuava a oscillare tra queste due scuole di pensiero. Tra i problemi incontrati dagli scienziati europei vi era il fatto che le loro conoscenze erano quasi interamente limitate ai due soli vulcani attivi in Europa - l’Etna e il Vesuvio, entrambi in Italia.

Mircea Cărtărescu, REM, 1993

Più volte, da sola nella mia camera da letto di via Moşilor, in pomeriggi rossastri in cui dovevo dormire, mi sforzavo con tutta me stessa di ricordare qualcosa, sia pure la cosa più insignificante, che mi fosse capitata prima di venire al mondo. Il mondo esiste da milioni di anni. Cosa avevo fatto io in tutto quel tempo? Credere di non avere sentito e di non avere visto alcunché mi riusciva impossibile.

Stefano Benni, intervista “Tuttolibri”, 29 settembre 2012

Spesso, poi, ogni nuovo scrittore è stato per me come uno strumento nuovo di un’orchestra. Qualche volta volevo imitare la sua musica, spesso frettolosamente. Qualche volta rimanevo paralizzato mesi, perché capivo che non avrei mai scritto così. Dopo Lolita, rimasi quasi un anno senza scrivere una riga.

Eleanor Catton, La prova, 2008

«Tutto ha un precedente» dice Patsy dopo un po'. «Tutto quello che ho fatto ha una sagoma, una formula, un modello, qualcosa di pubblico, visibile e conosciuto. Conoscevo la forma di tutto quello che ho incontrato, prima che lo incontrassi. La sagoma ha sempre preceduto la realtà, l'esperienza, la verità personale di una cosa. Ho imparato l'amore dal cinema, dalla tivù, dal teatro. Ho appreso la formula e poi l'ho applicata. Ecco com'è andata. Per tutta la mia vita.»

Alessandro Barbero, Carlo Magno. Un padre dell'Europa, 2000

Il carro comunemente usato, a due ruote, tirato da una coppia di buoi, poteva portare mezza tonnellata di farina, e cioè la razione quotidiana, scarsa, di 500 uomini; la razione di un migliaio di uomini, per tre mesi di campagna, avrebbe dunque richiesto almeno 180 carri con 360 buoi. Ma c'era anche il vino, che era allora la bevanda abituale per tutti, e un supplemento importante di calorie; con i cinque o seicento litri che un carro può portare, lo stesso migliaio di uomini aveva bisogno, in campagna, di altri 180 carri. Un cavallo, a sua volta, richiede ogni giorno una decina di chilogrammi di foraggio, di cui una metà può essere erba o fieno, ma l'altra metà orzo o avena; un centinaio di cavalli, dunque, in tre mesi, consumavano il carico di altri 90 carri. E non contiamo né i carri che trasportavano armature ed attrezzi, né le provviste necessarie per il lungo viaggio che gli uomini dovevano compiere dal proprio paese per radunarsi sul luogo d'inizio delle operazioni.
Il conto è presto fatto: una forza di circa diecimila uomini, di cui forse tremila a cavallo, al momento di entrare in paese nemico doveva essere accompagnata da più di seimila carri, tirati da dodicimila buoi!

Vladimir Nabokov, Invito a una decapitazione, 1935

È opportuno che il detenuto non abbia affatto, o in caso contrario provveda immediatamente a eliminare, sogni notturni il cui contenuto possa risultare incompatibile con la condizione e lo stato del prigioniero, quali: paesaggi splendenti, gite con amici, pranzi familiari, così come rapporti sessuali con persone che nella vita reale e in condizione di veglia non sopporterebbero la vicinanza di detto individuo, che sarà pertanto considerato dalla legge colpevole di stupro.

Maurizio Ferraris, “Domenica”, 19 maggio 2008

Passiamo in rassegna tutti gli attrezzi che hanno davvero trasformato la nostra vita: nel 1976 il primo Apple, nel 1978 il primo CD, il primo pc è del 1981, il primo telefonino Gsm del 1984, l’Adsl del 1989, la macchina fotografica digitale del ’91 così come il primo indirizzo web (http:// info.cern.ch/, tuttora esistente e visitabile), il Dvd del ’95, l’iPod del 2004. È stato un trionfo della comunicazione? Non direi. È anzitutto un trionfo della registrazione (l’iperbole viene proprio dall’iPod, che dopotutto non è altro che una grande massa di memoria).
Le valanghe di e-mail e di sms, i giganteschi archivi su web, non fanno che prolungare questa esigenza, rendendola più facile da attuare e più potente nei suoi risultati. Dopotutto, la globalizzazione, la possibilità di superare i limiti di una comunicazione sincrona, e di trasportare pacchetti di registrazioni - dalla contabilità all’anagrafe ai servizi, e soprattutto alla borsa e al denaro - da una parte all’altra dell’universo, dipende dalla scrittura molto più che dai jet.

Richard Rorty, “Lettera Internazionale” n. 27, 1991

Finché noi filosofi ci accontenteremo di un dialogo tra Platone e l'Oriente, tra Heidegger e l'Oriente, ci limiteremo forse ad evitare i veri problemi di un confronto inter-culturale. Concentrandoci sulla filosofia, corriamo infatti il rischio di fissarci su un certo tipo umano particolare che si può ritrovare in qualsiasi cultura - quello del prete asceta, l'individuo che vuole distinguersi dai propri simili entrando in contatto con ciò che definisce il suo “vero sé” o “Essere” o “Brahma” o “Nulla”.
Tutti noi filosofi abbiamo dentro almeno un pizzico del prete asceta. Se non fosse così, probabilmente ci saremmo cercati un'altra occupazione. Tutti noi aspiriamo all'essenza e condividiamo il gusto della teoria contrapposta alla narrativa. Dobbiamo quindi stare bene attenti a non lasciare che questo gusto ci seduca al punto da farci presumere che, quando veniamo in contatto con altre culture, le uniche fonti di informazione affidabili siano i nostri omologhi, quelli che hanno gusti simili ai nostri. La possibilità che la filosofia comparata non solo non sia la strada maestra del confronto inter-culturale, ma possa perfino rivelarsi una diversione pericolosa, deve essere valutata attentamente. Potrebbe risultare infatti che ci si sia limitati a paragonare gli adattamenti ai diversi ambienti di un singolo tipo trans-culturale.

Gianni Celati, Ultimi contemplatori, 1997

«Perché il Po è come una biscia che diventa matta» mi diceva qualche anno fa un vecchio signore solitario, incontrato su una lanca sull'isola Serafini, nei dintorni di Piacenza. E lo stesso signore mi ha anche detto, col solito umore stravagante di queste zone, che lui personalmente si considerava un tarabusino, cioè un uccello che si nasconde nei canneti e nelle lanche. Voleva dire che, come vecchio pensionato, non trovava nessun posto dove andare per sentirsi a proprio agio, dunque veniva a rifugiarsi spesso in riva al fiume. Ma la sua idea che il Po sia come una biscia che impazzisce quando è bloccata nei suoi movimenti naturali, mi fa pensare che dalle nostre parti l’immagine della natura sia sempre stata molto diversa da quella di altri Paesi: cioè non legata alla vegetazione, bensì soltanto alla turbolenza delle acque.

László Krasznahorkai, Nine Dragon Crossing, 2013

si distese quindi sul letto, accese la tv, ma non la guardò, la ascoltò soltanto, perché la sua testa era ancora in pappa, e perciò era meglio così, e ormai sembrava che fosse tutto a posto: gli occhi chiusi, la tv accesa a basso volume, e dall'ultimo canale di Hong Kong su cui si era sintonizzato la sera prima gli giunse una voce che gli disse che il Tutto non aveva scopo, perché al di fuori del Tutto non c'era nulla da cui potesse scaturire qualcosa, perché non c'era un altrove da cui scaturire e non c'era un fuori, e lo scopo del Tutto non poteva nemmeno essere se stesso, perché la meta è sempre al di là del luogo da cui qualcosa può proiettarsi verso una meta, ma il Tutto non ha neanche senso, perché se lo avesse, allora il Tutto sarebbe incluso in una storia, che però ha sempre una caratteristica ineludibile, cioè il fatto di avere una fine, ma il Tutto non può mai finire, quindi si potrebbe anche dire che non ha una storia, e quindi non ha né un senso né uno scopo, ma se è così, allora non ha nemmeno un'esistenza...

Elfriede Jelinek, Voracità, 2000

La morte. Dopo tutto, se fa orrore è perché mette in rapporto l'individualità con il fatto di non esistere più, penso. Se fossimo tutti uguali, se non fossimo tutti differenti uno dall'altro, la morte ci sarebbe indifferente, perché potremmo morire solo in quanto specie e poi non potremmo neanche raccontarcelo a vicenda.

Giordano Tedoldi, Lei, 2023

Probabilmente ha qualcosa da nascondere (tutti avevamo un tempo segreti ben nascosti, poi tutti i nostri segreti sono stati rivelati, in primo luogo da noi stessi, mediante l’autofiction, e poi abbiamo scoperto che, tuttavia, i segreti più pericolosi in caso di divulgazione, quelli, non erano nemmeno stati sfiorati, ecco il perché delle squadre, dei plotoni: escono a caccia di segreti, sono sempre in giro, ne siamo tutti impauriti a dire la verità, non solo il cameriere, lei e io facciamo finta di nulla ma potremmo essere coinvolti molto presto, anzi, subito, per questo proseguiamo nella nostra conversazione improvvisando, attingendo alle abbondanti riserve della nostra cultura e della nostra esperienza, aspettando che la squadra o il plotone - proprio non riesco a ricordare il nome ufficiale - abbia finito di marciare). Oh sì, ora ricordo: loro sono i correttori. Loro ci correggono. Perciò non si chiama squadra né plotone ma, con nome collettivo, il correttore. Ma sulle caratteristiche precise della correzione, ora, non posso dire di più: mi sentirebbero (è un gioco per loro scannerizzare la mente). Per la verità, il nome più usato per indicarli, non è il correttore, ma, da qualche tempo, stormo.

Marlen Haushofer, Abbiamo ucciso Stella, 1958

Luise è una vera iattura, è spregevole, meschina e sempre a caccia di uomini. Eppure non sono mai riuscita a convincere Richard che per me lei è solo fonte di noie. Gli è impossibile concepire l’esistenza di persone che disprezzi ma dalle quali al contempo non puoi sfuggire. Richard non si sarebbe mai messo in una situazione del genere. È capace di togliersi dai piedi chiunque non gli torni utile in qualche modo.

Remo Bodei, “Domenica”, 27 ottobre 2011

Da quando è aumentato il peso della letteratura (Madame de Staël diceva che ormai non esiste più alcuna esperienza diretta che non ci sembri di aver già letto da qualche parte) e, oggi, dei media e delle arti visive, si è parallelamente moltiplicato anche il repertorio di vite altrui con cui confrontarsi. Con il diffondersi dell'alfabetizzazione dei mezzi audiovisivi (accessibili anche agli analfabeti) il catalogo delle esistenze accessibili all'immaginazione e alle passioni di alterità coinvolge pertanto miliardi di persone. L'immaginario si è maggiormente impastato con il quotidiano e tende a perdere la sua eccezionalità, la sua tendenza a portare fuori dal mondo: ne forma invece il contrappunto, riconfigurando con più alternative le identità, i piani di vita e i progetti degli individui.

Benedetta Craveri, Amanti e regine, 2005

Nonostante ciò, Luigi rimase fedele alla moglie per sette lunghi anni: il timore di incorrere nel biasimo del cardinale Fleury, la paura del peccato, la forza dell'abitudine, il suo impaccio con le donne avevano avuto il sopravvento sul suo bisogno di evasione. Poi, nel 1733, l'inquietudine, la sensazione di sprecare gli anni della giovinezza ignorandone tutte le emozioni, il richiamo del piacere e, in primo luogo, la determinazione di Madame de Mailly lo indussero a osare. Malgrado esitazioni, rimorsi e pentimenti, non gli sarebbe più stato possibile tornare sui suoi passi. Nella speranza di un altro figlio maschio che venisse ad affiancare il delfino - il secondogenito era morto a soli tre anni - Luigi avrebbe continuato a visitare il letto coniugale, ma l'arrivo di altre tre bambine esaurì il suo senso del dovere. Quando, il 15 luglio 1737, gli dissero che gli era nata un'altra figlia e gli chiesero che nome volesse darle, il re rispose: «Madame la dernière». Una boutade che non lasciava presagire niente di buono per la regina.

Péter Esterházy, Esti, 2010

Una volta, per pura cortesia, gli domandai se stesse leggendo quello di cui tutti parlavano allora. Scosse la testa timidamente, quel libro viene letto da tanti - non letto, sfogliato, vecchio mio, sfogliato, esclamò entusiasta - che lui proprio per questo era in compagnia di un volume scritto da una poetessa croata sulla Cvetaeva, e cominciò a spiegare di non destinare questo a una lettura contro, non stava leggendo in contrapposizione allo scrittore di successo stimato anche da me, ma esclusivamente nell'interesse dell'equilibrio mondiale, e che non desiderava battere il tamburo, non stava sviluppando un atto di propaganda o di contropropaganda, perché il suo libro prendesse il posto di quell'altro, no, lui stava puramente svolgendo un lavoro, di cui pensava - insomma era chiaro, no?!

Roberto Calasso, La Folie Baudelaire, 2008

Diderot non aveva propriamente un pensiero, ma la capacità di far zampillare il pensiero. Bastava dargli una frase, un interrogativo. Da lì, se si abbandonava al suo rapinoso automatismo, Diderot poteva arrivare ovunque. E, nel tragitto, scoprire molte cose. Ma non si fermava. Quasi non sapeva quel che scopriva. Perché era solo un passaggio, un aggancio fra tanti. Diderot era il contrario di Kant, che doveva legittimare ogni frase. Per lui, ogni frase era infondata in sé, ma accettabile se spingeva a procedere oltre. Il suo ideale era il moto perpetuo, una continua vibrazione che non concedeva di ricordare da dove si era partiti e lasciava decidere al caso il punto dove fermarsi.

Elena Bucci, In canto e in veglia, 2013

Certo che lo sapevo che sarebbe toccato anche a me, come a tutti.
Certo che lo sapevo che nessuno è immortale, nemmeno la mia mamma, nemmeno coloro che amo.
Ma in fondo ai pensieri, laggiù dove non si arriva mai a guardar bene, c’era una vocina che canterellava «tanto a me non succede, tanto ce la faccio, tanto l’amore è più forte della morte, tanto vi ritrovo, tanto non vi perdo...».
Poi accade di attraversare davvero la morte e la mancanza, e si capisce di non avere capito niente.
Il tempo si sfalda e si frantuma trascinando con sé tutte le ancore e le minuscole certezze, la sua rotonda superficie si stempera in faglie che scivolano una sull’altra così che l’infanzia si sovrappone al presente, il futuro si annebbia e tornano vicine le voci e le presenze di coloro che se ne sono andati.
Sembra di poter loro telefonare, sembra di poter tornare, soltanto con un viaggio in macchina o in treno, non solo nei luoghi del passato, ma proprio indietro nel tempo, in quel preciso pomeriggio nel quale facemmo merenda nel cortile, nel quale suonammo con loro il pianoforte o demmo da mangiare alle galline.

Olga Tokarczuk, I vagabondi, 2007

Nel corso degli ultimi anni aveva capito che per diventare invisibile basta essere una donna di mezz'età, senza segni particolari. Non solo agli occhi degli uomini, ma anche delle donne, perché anche loro non la consideravano più una possibile concorrente. Era un'esperienza nuova, sorprendente - sentiva lo sguardo degli altri scivolare sul suo viso, sulle sue guance e sul suo naso, senza neanche sfiorarli. Quello sguardo attraversava il suo corpo oltre il quale probabilmente vedevano le pubblicità, i paesaggi, i tabelloni degli orari. Eh già, era come se fosse diventata trasparente, e pensò che alla fine questo le dava delle grandi possibilità, doveva solo imparare a sfruttarle. Se fosse successo un incidente nessuno l'avrebbe ricordata, i testimoni avrebbero detto «Una certa donna...» o «Qui c'era qualcun altro...». Gli uomini in questi casi erano molto più spietati delle donne, che a volte fanno ancora attenzione a dettagli tipo gli orecchini; gli uomini non si preoccupavano di nascondere la loro indifferenza e la guardavano al massimo per un secondo. A volte qualche bambino, per motivi inspiegabili, la fissava e osservava impassibile il suo viso per poi voltare le spalle - verso il futuro.

Emmanuel Carrère, Il Regno, 2014

Perché lui non somigliava a loro. Perché (alla fine ha dovuto rassegnarsi) non faceva parte della felice famiglia degli uomini che amano la vita sulla terra, ne sono ricambiati e non ne vogliono una diversa. Lui faceva parte dell'altra famiglia, quella degli irrequieti, dei malinconici, di coloro che credono che la vita vera sia altrove.

Roberta De Monticelli, La novità di ognuno. Persona e libertà, 2009

La storia del problema è molto più antica della parola; possiamo rintracciarla nelle pagine della Metafisica di Aristotele che discutono il cosiddetto problema dei futuri contingenti, e in quelle sulla natura degli atti volontari. Se il futuro è determinato, ci sembra che niente dipenda da noi. Questa impressione va subito corretta, perché nessuno ha detto che fra i fattori che determinano il futuro non ci siano anche le nostre decisioni. Sì, ma una decisione “già” determinata, è ancora una decisione? E la discussione comincia... E prosegue con gli Stoici, che hanno esaminato la nozione di “necessità” in tutti i suoi risvolti, compresa la sua applicazione agli eventi futuri; così ritroviamo tutta la questione nel De fato di Cicerone. La questione acquista spessore e drammaticità quando in luogo della Natura antica o del divino cosmo stoico compare sulla scena filosofica l'Iddio delle religioni monoteistiche, e in particolare la Trinità cristiana. In questo “mondo” dove l'uomo affronta il diavolo e il buon Dio, e dove si scontrano modi alternativi di fondare la metafisica e la morale, la questione del libero arbitrio compare nella sua terminologia ormai standard al centro del pensiero di Agostino (ma il termine libertas arbitrii si ritrova anche in un trattato di Tertulliano contro lo gnostico Marcione, agli inizi del III secolo). Di lì prosegue attraverso Boezio, la grande speculazione medievale monastica e scolastica, la scettica modernità umanistica, la Riforma e la Controriforma, il cui fronte di battaglia passa per il problema del libero arbitrio, illuminando due secoli di dispute e di roghi: e dove al trattato di Erasmo Diatriba de libero arbitrio (1524) risponde quello di Lutero, De servo arbitrio (1525), e la dottrina della doppia predestinazione nell'Institutio Christianae religionis di Calvino (1536), mentre a Lutero e Calvino risponde il gesuita Louis de Molina. La questione, che mobilita le risorse dei più grandi razionalisti e degli empiristi del secolo XVII, da Cartesio a Spinoza a Leibniz, da Hobbes a Locke a Berkeley, si avvia, nel secolo di Hume e di Voltaire, a diventare un capitolo di antropologia scientifica, oppure al contrario, con Kant, un postulato della ragion pratica, vale a dire un presupposto indimostrabile della morale. Ma tutta la questione si rinnova divampando nel pensiero romantico come questione dell'autodeterminazione dell'individuo, della sua vocazione e formazione, della realizzazione di sé, per poi confondersi nel fuoco delle battaglie intorno all'idea di libertà come diritto e libertà politica, sprofondare negli abissi dell'introspezione romanzesca o nei grandi studi dostoevskiani sul male, riemergere fra le inquietudini del Novecento in abiti esistenziali, avviarsi infine ai laboratori logico-analitici ed empirici della filosofia della mente e della sua «naturalizzazione», ma anche in quelli tecnologici e fantascientifici dell'epoca cyborg, degli automi semi-vivi che popolano i nostri incubi, e della loro ipotizzabile rivolta.

Gilda Policastro, Sotto, 2013

Il brutto dell'amore è che quel tipo di attenzioni e di premure che riserviamo, ad esempio, agli amici, che non vogliamo irritare in alcun modo, e verso i quali siamo poi così attenti a scusarci se per caso li abbiamo offesi anche minimamente e perfino non in piena coscienza, non riusciamo poi per nessuna ragione ad avercele con chi amiamo, o crediamo di amare, visto che in questo tipo di amore (amore passione, amore schiavitù, amore possesso, amore gelosia, amore e basta) c'è più orgoglio che affetto, più tenzone che relazione, più incatenamento che incontro. Com'era e come non era, senza starci a elaborare intorno tutta un'altra recherche, Francisco l'aveva mollata, lei era in rotta coi suoi, smagrita e senza soldi, e il prof. sicuramente aveva un'altra.

Giulio Mozzi, La felicità terrena, 1996

La Tilli aveva sempre parlato poco, agito poco. Credo che avesse sempre fatto tutto quello che le veniva detto di fare. Ma anche se si decide di vivere nell’obbedienza completa rimane una quota ineliminabile di libertà, grazie alla quale si può compiere il male. Non è sufficiente comportarsi come si deve, frequentare la scuola alla quale si è mandati, scegliere il mestiere per il quale si è studiato, tenersi in relazione con tutte e sole le persone con le quali si deve essere in relazione: non basta mai perché c’è sempre un momento, anche un solo mezzo minuto, magari a letto prima di addormentarsi, nel quale si è sollevati da qualunque obbligo. In quel momento c’è la libertà, si può fare il male.

Rachel Cusk, Transit, 2016

Un mio amico, depresso dopo il divorzio, di recente mi aveva confessato che gli capitava di commuoversi fino alle lacrime di fronte alla preoccupazione per la sua salute e il suo benessere espressa dal lessico degli slogan pubblicitari e delle confezioni alimentari, o dalle voci automatiche su treni e bus, così ansiose di ricordargli la sua fermata; al momento provava qualcosa di assai simile all'amore per la voce femminile che, quando era al volante, lo guidava con molta più dedizione di quanto avesse mai fatto sua moglie. Si è attinto a piene mani, mi ha detto, dal linguaggio e dalle informazioni della vita e chissà che il finto-umano non sia ormai più reale e comunicativo dell’originale, che si possa ricevere più tenerezza da una macchina che da un nostro simile. Dopo tutto, l'interfaccia meccanizzata era il distillato non di uno ma di molteplici esseri umani.

Joyce Carol Oates, 8 peccati capitali, 1994

Forse il lettore ideale è un adolescente: irrequieto, vulnerabile, appassionato, affamato di sapere, di volta in volta scettico e ingenuo, fiducioso nel potere dell'immaginazione di cambiare, se non la stessa vita, la nostra comprensione della vita. Quanto più rimaniamo adolescenti, tanto più rimaniamo dei lettori ideali, per i quali l'atto di aprire un libro può essere un atto sacro, carico di rischi psichici. Per un simile lettore ogni opera di una certa importanza significa assimilare una voce nuova - dell'uomo del sottosuolo di Dostoevskij, o di Zarathustra di Nietzsche - e mutare continuamente il proprio mondo interiore.

Javier Marías, Berta Isla, 2017

Probabilmente aveva ragione, probabilmente non solo i vecchi, ma tutti noi vivi, abbiamo il diritto di respingere quelle parti di realtà sulle quali non vi è certezza e che ci amareggiano o ci rattristano, o ci tolgono ogni speranza, o semplicemente non ci piacciono. Possiamo sempre dire «A me non risulta» di quello che non ci risulta, e in realtà è molto poco quello che ci risulta, voglio dire che quasi tutto quello che sappiamo lo sappiamo perché ce lo hanno raccontato altre persone, oppure i libri, i giornali e le enciclopedie, oppure è stato consegnato alla storia attraverso cronache, archivi e annali, ai quali diamo credito in quanto li sappiamo antichi e consolidati, come se non si fosse mentito e travisato il vero nei tempi passati e non avessero prevalso le leggende. Noi non assistiamo a quasi nulla, non vediamo quasi nulla, non siamo in grado di affermare quasi nulla con certezza, anche se lo facciamo di continuo. Ne consegue che non è difficile negare un fatto o l'esistenza di qualcosa quando si preferisce negarli, l'opacità del mondo e la sua pessima memoria (labile, dubbiosa, mutevole) ce ne porgono la possibilità su un piatto d'argento.

Donna Tartt, Il piccolo amico, 2002

Non facevano per lei i libri per ragazzi dove i ragazzi crescevano, come se «diventare grandi» (nei libri come nella vita) implicasse un repentino e inspiegabile cedimento del carattere. Nel bel mezzo di una vita splendida gli eroi e le eroine dicevano improvvisamente addio alle loro avventure per qualche insulso innamorato, si sposavano e mettevano su famiglia, e generalmente prendevano a comportarsi come un branco di mucche.

Gabriele Beccaria, “Tuttoscienze”, 13 aprile 2011

Il vantaggio - spiegano gli scienziati - è contemplare ciò che non sarebbe riproducibile: molti di questi bizzarri e invisibili organismi, infatti, hanno pretese particolari. Esigono temperature spaventose, pressioni che ridurrebbero un essere umano a un foglio di carta, sofisticati composti di sostanze. Lo svantaggio è che in questo modo non si recupera il genoma completo, ma solo dei pezzi: vengono alla luce specifici geni, che un giorno potrebbero permetterci di produrre creature Ogm per ripulire l’aria dai gas serra oppure per generare combustibili puliti. Intanto, però, stanno fornendo una serie di indizi insostituibili per riassemblare i rapporti filogenetici tra le specie e ridisegnare l’albero della vita in un’elegante ragnatela. Il lavoro è gigantesco, perché il «database» conta già decine di milioni di nuovi geni e molti altri potrebbero presto affollare la scena. E l’ultimo arrivo è per gli addetti ai lavori sconcertante.
I test hanno rivelato che alcune sequenze appartenenti a due superfamiglie di geni - recA e rpoB - sono degli assoluti inediti. «Da dove diavolo vengono?», si è chiesto Eisen, che ha subito annunciato l’evento sulla rivista “Plos”. Al momento non c’è una risposta definitiva. Solo ipotesi. Di certo, fanno parte di quella dimensione che lo stesso ricercatore della University of California ha definito «la materia oscura dell’universo biologico». Una possibilità - quella “soft” - è che appartengano a organismi cellulari già noti, ma relegati in particolari habitat. Ecco spiegati, allora, i pacchetti genetici “alterati” o, meglio, adattatisi a insospettabili condizioni. Ma un’altra opzione - la più entusiasmante - è che i ricercatori si siano imbattuti in un tipo nuovo (e del tutto inusuale) di vita, con una struttura genetica peculiare. E in questo caso la si dovrebbe affiancare ai batteri, agli archea e agli eucarioti, stabilendo l’esistenza di un quarto e inatteso dominio.

Paolo Brunati, Colloqui con il Pesce Sapiente, 2021

Una graduale ma costante via verso il dissolvimento dovrebbe essere la massima preoccupazione di un uomo responsabile. Evitare quel momento drammatico di rottura, quell’istante fatale così sgradevole, che mette in subbuglio la casa per più giorni.
Avviarsi verso la propria irreperibilità, ecco. Fino a che si accorgerebbero che di te non c’è più traccia, che non ricompari (“Da quanti giorni non si vede più il babbo? Io ho perso il conto”). Ma è normale. Fino a che non ci sarebbe più traccia di te definitivamente, nemmeno il classico laghetto sul pavimento di qualche cosa che aveva una forma ma si è sciolto. Essi ne proverebbero una sorpresa incredula uguale e contraria al lutto tradizionale. La sorpresa che si prova quando si trova per terra qualcosa di prezioso. Oppure come quella che provavi tu, da bambino, quando sotto Pasqua preparavi un nido di trucioli nascondendolo dietro un tendaggio e tutte le mattine andavi a vedere se c’era un uovo. E il miracolo della Deposizione, di trovare nel nido un uovo di zucchero foderato all’interno di cioccolato si avverava. Lo stesso dovrebbe essere per la Sparizione, un evento natale.

Paolo Zanotti, L'originale di Giorgia, 2005

Quello delle sosia, lo dico tra parentesi, stava diventando un problema serio. Di solito le strade e i treni della nostra vita sono pieni di prove, schizzi, abbozzi del futuro grande amore. Esiste anche una brutta espressione per parlare di queste prime prove: mettere a fuoco il nostro tipo. Per Leo, come per noi tutti del resto, questo tipo, questa idea, questo amore c'era già, c'era sempre stato anzi, e le altre erano quindi solo delle ingannevoli contraffazioni. Che lo tentavano. O si volatilizzavano nella luce dopo avergli fatto sbagliare strada. O si limitavano, con la loro imperfezione, a sottolineare la perfezione dell'idea originaria.

Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, 2010

La lettera di Bennie mi ha fatto un bel po' di effetto. La mia vita ultimamente si era come... qual è la parola? Prosciugata. Ecco, sì, si era un po' prosciugata. Lavoravo per il Comune come bidello in una scuola elementare del quartiere, e d'estate raccoglievo la spazzatura in un parco in riva all'East River, vicino al ponte di Williamsburg. Non mi vergognavo affatto di questi lavori, perché capivo una cosa che quasi nessuno sembra afferrare: che c'è una differenza infinitesimale, una differenza così piccola che quasi non esiste, se non come invenzione della mente umana, tra lavorare in un grattacielo di vetro in Park Avenue e raccogliere spazzatura in un parco. Anzi, forse la differenza non esiste proprio.

Wolfgang Hilbig, Ich, 1993

Io vivevo in un mondo immaginario... poteva succedere di continuo che dentro di me la realtà si facesse fantastica, anomala, e che da un momento all'altro l'unica tranquillità che mi restava fosse una simulazione difficile da sostenere. Non c'è da stupirsi, in fondo eravamo sottoposti alla sollecitazione costante di ravvisare un comportamento che magari nemmeno esisteva. Vivevamo un conflitto interiore: eravamo impegnati a indagare senza tregua quanto la realtà si fosse già approssimata alle nostre fantasie... ma non dovevamo credere che le nostre fantasie si sarebbero realmente potute avverare. No, nemmeno noi credevamo alle nostre fantasie, perché accertavamo di continuo - per noi stessi! - che non c'era motivo di crederci, che non erano credibili. Ma era difficile indagare senza immaginare che cosa avremmo dovuto acclarare ed eventualmente impedire accertando, possibilmente impedire già in nuce, come da nostro obiettivo dichiarato. Per questo era necessario simulare che la realtà corrispondesse in nuce alle nostre fantasie... quando, mi chiedevo, saremmo arrivati al punto di non riuscire più a classificare senza ombra di dubbio se le cose su cui indagavamo appartenevano ancora all'ambito della simulazione o in nuce erano già diventate realtà? I termini “ancora” e “già” esprimevano il nostro tormento: la simulazione poteva trasformarsi in realtà, e dov'era il discrimine? Poteva, ciò che era ancora simulazione, essere già diventato realtà prima che lo accertassimo? Se la simulazione poteva diventare realtà, la realtà poteva risponderci con la simulazione: avessimo dovuto accettare anche questo, con ogni probabilità saremmo stati perduti... e quindi non dovevamo crederci affatto.

Dario Voltolini, Un impegno politico e antiideologico, 2003

Non è lecito farsi illusioni sullo sviluppo progressivo di questo - come di altri (forse di tutti) - i diritti: una volta postulati, i diritti vanno ripostulati. Per quanto angosciante sia questa conclusione, è quella reale. Un diritto è lì per resistere all'assalto di chi lo vuole sopprimere. Non dipende da chi lo difende se esistano o no coloro che lo vogliono sopprimere. Quando costoro si palesano, si deve ricominciare daccapo, rifare tutto il discorso di fondazione, come se non fosse mai stato fatto. Si può solo sperare in periodi di tregua, che siano lunghi il più possibile.

Hannah Arendt, La tradizione del pensiero politico, 1953

L'azione, che è in primo luogo l'inizio di qualcosa di nuovo, possiede la qualità controproducente di causare la formazione di una catena di conseguenze imprevedibili che tendono a vincolare l'attore per sempre. Ciascuno di noi sa di essere allo stesso tempo attore e vittima in questa catena di conseguenze, che gli antichi chiamavano «fato», i cristiani «provvidenza» e noi moderni abbiamo degradato con arroganza al mero caso. Il perdono è la sola azione strettamente umana che libera noi e gli altri dalla catena e dall'insieme di conseguenze che ogni azione genera; come tale, il perdono è un'azione che garantisce la continuità della capacità di agire, di iniziare daccapo, in ogni singolo essere umano, il quale, senza perdonare o essere perdonato, somiglierebbe all'uomo della favola che, ottenuto un desiderio, è punito per sempre dalla realizzazione di quello stesso desiderio.

Arthur Schopenhauer, Sulla quadruplice radice del principio di ragione sufficiente, 1847

Se la ragione fosse una facoltà fatta per la metafisica, che desse conoscenze quanto al contenuto e quindi lumi al di là di ogni possibilità di esperienza, allora nel genere umano dovrebbe regnare, per gli oggetti della metafisica e pertanto anche della religione, perché sono gli stessi, un accordo, appunto, altrettanto grande di quello che regna per gli oggetti della matematica, sicché se per esempio uno nelle sue vedute su cose simili si discostasse dagli altri, dovrebbe essere subito considerato un po' tocco. Ma avviene esattamente l'inverso: su nessun tema il genere umano è così profondamente in disaccordo come sul tema suddetto. Dacché gli uomini pensano, tutti i sistemi filosofici si trovano in contrasto e sono in parte diametralmente opposti tra loro; e dacché gli uomini credono (che è cosa ancor più antica), le religioni si combattono tra loro con il fuoco e la spada, con scomuniche e cannoni.

Kazuo Ishiguro, Gli inconsolabili, 1995

Non so di preciso cosa la tormenti in questo momento, ma sono sicuro che non c'è nulla di insormontabile. È già capitato tante altre volte. Ma adesso Boris comincia ad accorgersene. E se Sophie non affronta i suoi problemi al più presto, temo che il bambino ne sarà gravemente scosso. Ed è una tale delizia, in questo periodo. Così schietto e pieno di fiducia. So che è impossibile che resti così per tutta la vita; forse non è nemmeno auspicabile. Ma alla sua età, e per qualche anno ancora, penso che abbia il diritto di credere che il mondo è un luogo di calore e allegria.

Niles Eldredge, conferenza Modena, 19 settembre 2010

Così la componente deterministica del processo evolutivo - ossia la selezione naturale - è una forza insufficiente a modificare incessantemente le specie nel tempo mentre l’ambiente circostante cambia di pochissimo. Le specie, al contrario, permangono stabili per lunghi periodi, anche di fronte a modesti cambiamenti ambientali. Ma è quando la “fortuna” colpisce, e le specie sono sopraffatte dagli eventi ambientali e cadono in preda all'estinzione, che l'evoluzione per mezzo della selezione naturale si getta opportunisticamente nella mischia e modifica velocemente l’adattamento degli organismi nel corso della rapida evoluzione di specie interamente nuove.
Questo è il carattere peculiare al processo evolutivo che si manifesta in tutti i livelli di organizzazione. La vita non s’è evoluta per mezzo del “mero caso”, come i creazionisti tuttora insistono nel sostenere. Ma la vita non s’è evoluta nemmeno per mezzo dell’assoluta “necessità”: il determinismo della selezione naturale, imponente come molti dei bellissimi e intricati adattamenti dell’organismo possono essere, non può, con le sue sole forze, né influenzare né formare la varietà della vita sulla Terra.

Tommaso Pincio, post 13 ottobre 2019

Forse è soltanto un’ipotesi ancora da dimostrare, ma molte cose fanno pensare che il romanzo sia nato e si sia affermato come una sorta di compensazione per ciò che scienza e rivoluzione industriale andavano sottraendo all’animo umano. Quello di fine Settecento era un mondo nuovo dove i sentimenti cominciavano a essere sacrificati sugli altari del progresso e della ragione. Ma proprio per questo, proprio perché mortificati e compressi, sentimenti e emozioni si fecero ancor più evidenti e necessitarono di essere affermati e descritti. Sentimenti ed emozioni chiesero dignità e risarcimento, reclamarono un loro spazio, un luogo organizzato sì con raziocinio e pragmatismo - come si conveniva al mutato segno dei tempi - ma dove gli fosse comunque riconosciuto un valore irrinunciabile in quanto strumento di conoscenza, un luogo dove magari fosse anche possibile trovare una qualche armonia con i ben più algidi strumenti del nuovo mondo. Questo anelito non si è affatto estinto e ancora oggi, per un verso o per l’altro, il cosiddetto «mainstream» di ambientazione realistica può essere considerato alla stregua di un romanzo sentimentale, e dunque di genere. Il che implica un’altra considerazione ovverosia che, per un verso o per l’altro, qualsiasi forma romanzesca presuppone la letteratura di genere e in una certa misura inevitabilmente vi tende. Non è dunque così assurdo affermare che tutti i romanzi sono, ciascuno a suo modo, romanzi dell’orrore. Ma l’orrore non è soltanto il capostipite di ogni genere, dal poliziesco al fantascientifico. È molto di più. Perché è in sentimenti di orrore e angoscia che piomba l’animo umano ogni qualvolta viene messo alla prova da pulsioni ed emozioni che trascendono l’assunto per cui la ragione è la strada maestra di giustizia e verità. Alla resa dei conti l’orrore è dunque il cuore tenebroso che batte nell’intimo di tutta la letteratura di stampo romanzesco.

Marta Cai, Enti di ragione, 2019

Questa città, che guardo dal mio terrazzo di 1 m x 50 cm, ostenta una sobria allegria simile alla danza macabra delle microspore che lentamente mi uccidono. Per lei non è in serbo un destino escatologico violento, una resa dei conti brutale. Di questo ne sono certo. Non sarà ridotta a un cumulo di macerie, non esploderà, non conoscerà l’invasione di insetti repellenti. In modo del tutto silenzioso e in un futuro non molto lontano, la metà maschile della sua popolazione, di età maggiore o uguale a venticinque anni, sarà colta da un’incoercibile fiacchezza a livello articolare, da una debolezza atavica giunta alla sua acme. I maschi contemporanei hanno interiorizzato il parricidio: terminati i Re, terminata l’Autorità, cos’altro rimane se non uccidere il padre che si è in potenza? La parte maschile della popolazione dunque cadrà addormentata, prima sulle ginocchia e poi a faccia in giù, a prescindere dalla scomodità del luogo: uffici, banche, tabaccai, centri scommesse, marciapiedi. Da ogni angolo si leverà un gran russare, un concerto di sibili, uno scrosciare di gorgoglii, un contrappunto di apnee catarrose. Una squadra speciale di donne forzute - incarnazioni diverse della stessa Madre, triste e idolatrata, misericordiosa e crudele - raccoglierà i caduti e li riporterà alle loro case, dove proseguiranno a letto la loro esistenza di fuchi dismessi. Per la riproduzione, saranno organizzati charter di meccanici dal Wisconsin, che ancora hanno Nemici e Presidenti, oppure partirà solo il loro seme congelato, che sa di pianure e di manualità.

Cormac McCarthy, Stella Maris, 2022

Tutto ciò la preoccupa da quando?
Non lo so. Non so bene cosa significhi memoria. Per cominciare. Uno dei problemi è che ogni ricordo è il ricordo di un ricordo precedente. Impossibile ricordare la circostanza che ha occasionato il ricordo effettivo. Come si fa? Si può solo ricordare di averlo ricordato. E solo il ricordo più recente, tra l'altro.

Pajtim Statovci, Le transizioni, 2016

Quello che non avrei ancora capito, e che Tanja ignora del tutto, è la natura del desiderio. quel torpore che ti prende una volta esaudito. Raggiungere quel che vuoi è come dormire in una stanza priva di finestre o trovarsi al centro di una città straniera, frustrato dal trionfo. Ottenere quello per cui hai dato tutto, essere diventato un avvocato o uno scrittore, o una donna, fino a toccare la corona d'argento del desiderio - e quel momento, quando tutto si avvera, e il tuo volto è scoperto e il tuo corpo disteso supino come un cadavere in decomposizione che contiene tutta la gioia del mondo, la felicità infinita che scaturisce dal raggiungimento di un desiderio, l'eco di un sogno, il profumo come di lenzuola appena cambiate. E poi arriva il peggio, quando niente è come te lo aspettavi, quando capisci di avere vissuto una menzogna, raccontandoti una storia, e ti chiedi incredulo come hai potuto pensare di volere una cosa simile, come hai fatto a piangere tante volte per questo, come hai potuto sentire così acutamente l'invidia, come lame di rasoio tra le costole, avvertendone l'odore come uno scarico di gasolio bruciato - e lo sgomento quando ti rendi conto che non ti aspettavi tutta quella pena, quando invece era la felicità che ti aspettavi: e la sensazione, quando torni a casa e spegni dietro di te tutte le luci e chiudi tutte le tende e non senti più il battito del tuo cuore, la sensazione che potresti dare via tutto per tornare all'inizio, per rivivere l'inizio della tua storia.

Krzysztof Kieślowski, intervista “Cineforum”, 1989

L'autore del Vecchio e del Nuovo Testamento sapeva bene come si vive, aveva dunque il diritto e la possibilità di dire alla gente le cose giuste da fare: io non ho questa prerogativa, e non mi interessa nemmeno averla. Ecco perché nel Decalogo non vengono mai date risposte, ma viene sempre lasciato spazio al mistero: ci sono cose che né la scienza né la religione possono spiegare; spesso sono dettate dal caso, che ritengo sia una delle componenti fondamentali dell'esistenza: credo che il caso svolga un ruolo importante nella vita di tutti, il problema è che non sempre le persone capiscono che si tratta di questo.

Hermann Broch, I Sonnambuli / Pasenow, 1931

«Intendevo dire che l'elemento più persistente in noi sono proprio i cosiddetti sentimenti. Ci portiamo dietro un indistruttibile fondo di conservatorismo. E a costituirlo sono i sentimenti, o meglio le convenzioni del sentimento, perché tali sentimenti, a ben vedere, mancano di vita, sono meri atavismi»
«Lei ritiene dunque che i principi conservatori siano degli atavismi?»
«Be‘, certe volte sì, non sempre. Anche se non è propriamente questo il punto. Voglio dire che il nostro sentimento della vita resta sempre indietro di una cinquantina d'anni, o anche di un secolo, rispetto alla vita vera. Il sentimento, tutto sommato, è sempre meno umano della vita che conduciamo».

Juan José Millás, “El País”, giugno 1999

Ero a casa, occupato a rivedere la traduzione in finlandese del mio ultimo romanzo, quando ha squillato il telefono e ho alzato il ricevitore pensando che fosse il mio editore statunitense, il mio agente svedese o il mio rappresentante giapponese. E invece no, era un ginecologo argentino secondo il quale era appena nato Borges. Come un automa mi sono avvicinato alla finestra (è noto che tutti gli estensori di necrologi si affacciano alla finestra) e ho contemplato la strada, il traffico, la gente. Era appena nato l'autore dell'Aleph e i semafori continuavano a funzionare. Persino le mie opere, che in seguito tanto avrebbero dovuto alle sue, continuavano a essere tradotte e ripubblicate senza posa, come se il mondo ignorasse ciò che era appena accaduto. Che strano. Non ricordo come si chiamava il ginecologo, forse Lautaro o Federico.

Philippe Jaccottet, Carnets 1995-1998

Mozart, Sonata in la per pianoforte e violino: non mi sorprende che Einstein, musicologo, parli a suo proposito di un dialogo dell’anima con Dio. Detto così è impropriamente detto; ma designa perlomeno l’altezza a cui, nell’adagio, vi conduce questa musica. Si potrebbe anche dire che, se non ci sono né Dio né dei, e se non ce ne sono mai stati, simile musica ne dovrebbe far nascere; o che sembra invocarli, convitarli, come Hölderlin fa esplicitamente in «Der Gang aufs Land»; ma implicitamente, come qui, è ancora più probante. Si potrebbe persino andare oltre: in questa musica, essi hanno risposto all’invito.

Paul Auster, Nel paese delle ultime cose, 1984

C'è una piccola minoranza, ad esempio, che crede che il tempo cattivo derivi dai pensieri cattivi. È un approccio piuttosto mistico alla questione, perché implica che i pensieri possono essere tradotti direttamente in eventi che hanno a che fare con il mondo fisico. Secondo loro, quando hai un pensiero cupo o pessimistico, questo produce una nuvola nel cielo. Se un numero consistente di persone pensa all'unisono qualcosa di cupo, comincerà a piovere. Questa è la ragione per tutti quei cambiamenti improvvisi nel tempo, sostengono, e la ragione per cui nessuno è stato in grado di elaborare una spiegazione scientifica al nostro clima bizzarro. La loro soluzione è di mantenere una costante allegria, a prescindere dalla cupezza delle condizioni circostanti. Niente cipigli, niente sospironi, niente lacrime. Queste persone sono note come i Sorridenti, e nessuna setta in città è più innocente e infantile. Se la maggioranza della popolazione si convertisse alle loro credenze, sono convinti che il tempo finalmente si stabilizzerebbe. Così sono sempre in cerca di proseliti, di nuovi adepti, ma la gentilezza dei modi che hanno imposto su se stessi li rende deboli persuasori. Riescono di rado a convincere qualcuno, e di conseguenza le loro idee non sono mai state messe alla prova - perché senza un grande numero di credenti, non ci saranno mai abbastanza buoni pensieri a fare la differenza. Ma questa impossibilità di dare una dimostrazione li rende soltanto più testardi nella loro fede.

Luciano Canova, in Alfonso Lucifredi, Troppi, 2024

Per tornare all'articolo, i suoi autori (Duflo e Banerjee) scrivevano che l'ottimismo e la felicità non sono elementi discreti, sono concetti che in matematica sarebbero definiti fasi, confusi come il cielo nuvoloso: qual è la quantità di nubi per cui una giornata si definisce brutta? Il giudizio è soggettivo e può generare confusione. Ecco, l'ottimismo è un po' come un cielo nuvoloso: ci sono degli squarci di azzurro e anche delle nuvole, e sempre ci saranno.

Jim Thompson, L'assassino che è in me, 1952

Non hai un momento di tempo, ma ti sembra di avere l’eternità. Non hai niente da fare ma ti sembra di avere tutto.
Fai il caffè e fumi qualche sigaretta; e le lancette dell’orologio sono impazzite. Quasi non si sono mosse, quasi non si sono spostate da dove le avevi viste l’ultima volta, ma hanno segnato metà? due terzi? della tua vita. Hai l’eternità, ma non è neppure un momento.
Hai l’eternità; e per qualche ragione, non puoi farci un granché. Hai l’eternità; ed è larga un miglio, profonda due dita e piena di coccodrilli.

Doris Lessing, Il diario di Jane Somers, 1983

Per anni mi sono chiesta che differenza c'è tra il dieci per cento di persone che lavorano davvero e il resto, quelli che fanno finta di lavorare, che seguono la corrente, che magari sono davvero convinte di lavorare sodo. [...] È interessante guardare la gente che non lavora. Arriva la posta, lui la passa a me, la leggiamo insieme. Lui dice, Che te ne pare, facciamo così o cosà? Io dico, Non credi che sarebbe meglio...? Lui dice, Be', sì, forse... Mi ritrovo a fare tutte le telefonate, poi arriva la mia segretaria, e Charlie si mette a trafficare con le carte, mentre io detto. Tutti i giorni ha una colazione d'affari con qualcuno. Torna tardi in ufficio, e quando arriva tutto il lavoro è già in via di svolgimento. Resta lì seduto, chiacchieriamo, lui detta una lettera o due, e la giornata finisce così. Non ha lavorato affatto. Mi ha perfino detto, sorridendo, con una leggerissima sfumatura di ansia, però, Un buon organizzatore deve saper soprattutto delegare.

Pier Vittorio Tondelli, Rimini, 1985

Oliviero allora, nonostante conoscesse il ragazzo da pochi minuti, o forse proprio per questo, si azzardò a fargli una domanda, quella domanda che solitamente nessuno fa a un'altra persona nonostante sia la domanda fondamentale di ogni esistenza. Qualcosa che tutti danno per scontato e che nessuno si rivolge. Anche fra intimi. Oliviero sentì che quel ragazzo gli avrebbe permesso quel genere di domanda così banale e così violenta.
“Perché vivi, se non sei felice?” domandò.

David Markson, L'amante di Wittgenstein, 1988

Una volta ho portato al Rijksmuseum degli altoparlanti per il mio fonografo. Le istruzioni mi dicevano di assicurarmi che i due altoparlanti fossero equidistanti fra loro.
C'è da domandarsi cosa avesse in mente la persona che ha scritto le istruzioni.
O il traduttore dal giapponese.
Ovunque li si posizioni, come possono due oggetti essere altrimenti che equidistanti?

Veronica Raimo, Niente di vero, 2022

Io ho convissuto per più di quattordici anni con una persona, benché chi mi conosce poco mostri sempre un candido stupore nell'apprendere l'informazione: - Ma dài, non l'avrei mai detto.
Non lo so perché. O meglio, non so quali dovrebbero essere i segni di una convivenza di quattordici anni, se esista un codice, un certo modo di parlare, di muoversi, un'alterazione nei lineamenti. Forse è perché non sono mai riuscita a usare espressioni come “il mio compagno”, “il mio ragazzo”, “il mio uomo”, “il mio partner”, “il mio fidanzato”. Il punto è che mi sono sempre sembrate delle forme di ostentazione, uno statement, come a dire «Io ce l'ho, e tu?». Una morale da telefilm americano, in cui la mancanza di un invito al ballo di fine anno rischia di compromettere a vita il tuo accesso nella società. Ogni volta che sento qualcuno dire “mia moglie”, “mio marito”, “il mio fidanzato”, “la mia compagna”, ho sempre la sensazione che stia cercando di dimostrare qualcosa, che voglia far sapere al mondo di aver ricevuto l'invito al ballo.

Massimo Bontempelli, Gente nel tempo, 1936

Giuliano era insieme spaventato di quella notizia strana e imbarazzatissimo perché non sapeva che dire. Ogni uomo, anche quando si trova in una congiuntura nuova, sa tuttavia così in generale come altri prima di lui l’hanno affrontata; perciò esiste per quasi tutti i casi della vita un repertorio pronto mediante il quale a ognuno è possibile regolarsi nei primi momenti, e il resto viene da sé. S’intende che questo ch’io dico non menoma affatto la sincerità del sentimento; solo mancherebbe all’uomo lo schema espressivo, se non glielo fornisse una lunga tradizione. Si pensi alla condizione angosciosa di colui che fosse invece il primo nel mondo, per esempio, a essere innamorato e a doverlo dichiarare, oppure il primo cui muore un parente o fugge di casa la figlia ecc., o il primo che stia per morire.

Ingeborg Bachmann, Malina, 1971

Perché Oggi è una parola che solo i suicidi dovrebbero usare, per tutti gli altri non ha assolutamente alcun senso, ‘oggi’ è soltanto la designazione di un giorno qualsiasi per loro, di oggi precisamente, per loro è evidente che debbono lavorare ancora una volta otto ore, oppure sono liberi, faranno commissioni, compreranno qualcosa, leggeranno un giornale del mattino e uno della sera, prendendo un caffè, avranno dimenticato qualcosa, hanno un appuntamento, devono telefonare a qualcuno, un giorno quindi in cui deve succedere qualcosa oppure, meglio ancora, non succede gran che.

Ocean Vuong, Brevemente risplendiamo sulla terra, 2019

Ti scrivo perché mi hanno detto di non iniziare mai una frase con perché. Ma non stavo cercando di formulare una frase, stavo solo cercando di liberarmi. Perché la libertà, almeno così dicono, non è altro che la distanza tra un cacciatore e la sua preda.

Guillermo Arriaga, Salvare il fuoco, 2020

A una cena offerta da Enrique Sierra, il direttore di El Intrigante, la più importante rivista di danza dell'America Latina, un tizio ormai brillo, marito di un'avvocata, cominciò a recriminare che in Messico mancavano rigore e talento, e che eravamo condannati a un'arte mediocre, da terzo mondo. “Non ci mettono impegno, si rifiutano di essere grandi artisti, come Picasso o Camus” disse. Lucien ascoltò con pazienza le sue invettive. Quando terminò, lo interrogò. “Lei gioca o ha giocato a calcio?” Il beone si raddrizzò tronfio sulla sedia. “Certo, e sono quasi diventato professionista, con i Pumas.” Lucien sorrise. “Ah, professionista! E si è allenato molto duramente per diventarlo?” L'ubriaco gonfiò il petto. “Durissimamente.” Lucien sorrise di nuovo. “E come mai non è riuscito ad arrivare al livello di Zidane?” (In materia di calcio, Lucien usava soltanto riferimenti francofili. Niente Maradona, Pelé, Messi o Cristiano Ronaldo.) Il tizio fece un sorriso idiota. “Non è facile.” Lucien lo fissò. “Si può dire che non ci è riuscito.” L'altro annuì. “Be’, nell'arte è uguale, amico mio. Si fa quel che si può.” La risposta sembrò sorprendere l'ubriaco. “Allora non è che non ci mettono impegno, è che non ci riescono.” “Esatto” rispose Lucien, “nell'arte si fa quel che si può, non quel che si vuole.”

Rebecca Solnit, “Harpers’ Magazine”, marzo 2018

Dire che sapere è potere è un vecchio stereotipo. Discutere del contrario - che il potere è spesso ignoranza - è raro. I potenti si avvolgono nell’inconsapevolezza per evitare di confrontarsi con il dolore degli altri e con la loro stessa relazione con quel dolore. Sono molti gli atti nascosti a chi ha una posizione: più sei, meno sai.

Javier Cercas, Il folle di Dio alla fine del mondo, 2025

«Sai? Per il papa il senso dell'umorismo è una cosa molto importante... Una volta mi ha detto: “Il senso dell'umorismo è l'espressione umana che più assomiglia alla grazia divina”.» Brunelli ride di nuovo. «Mi è parso geniale.»
«Sì, è stupendo» riconosco. «Perché, in spagnolo, una persona con il senso dell'umorismo è una persona che ha gracia. Una persona graciosa
Ora Brunelli apre due occhi stupefatti. «Ah, allora viene dallo spagnolo» dice, entusiasta per la scoperta. «Questa me la segno.»

Robert Walser, I fratelli Tanner, 1907

Lei ribatterà che anche un altro, lei per esempio, può far questo durante le ferie. Ma cosa sono mai le ferie! Mi fanno soltanto ridere. Con le ferie non voglio avere niente a che fare. Le odio addirittura. Cerchi solo di non trovarmi un posto con ferie. Per me non hanno la minima attrattiva, io morirei se mi dessero le ferie. Voglio lottare con la vita fino a cadere a terra per colpa mia, non voglio gustare né libertà né comodità, odio la libertà se mi viene gettata così, come si getta un osso a un cane. Ecco quel che penso delle sue ferie.

Martin Amis, L'informazione, 1995

Ecco allora quello che bisogna fare. Quello che bisogna fare per ricominciare tutto da capo. Bisogna far sembrare l'universo più piccolo.
E mentre batteva a macchina Amelior, Richard si era accorto che Gwyn aveva fatto proprio questo. Senza chiasso, senza ostinazione, in maniera rassicurante. Di qui era nata l'unica frase memorabile del romanzo: «l'universo a occhio nudo». Ecco di che cosa era il centro Amelior: dell'universo a occhio nudo.
Naturalmente, nei romanzi di Gwyn non si parlava molto di astronomia. Si parlava di astrologia. E che cos'è l'astrologia se non la consacrazione dell'universo antropocentrico? L'astrologia non si limita a dire che tutte le stelle girano intorno a noi. Va oltre e dice che tutte le stelle girano intorno a me.

Daniele Benati, Cani dell'inferno, 2004

Allora me ne stavo lontanissimo dal mio luogo d'origine ed ero in casa di quei due, marito e moglie. Abe s'è suicidato, ha detto il professor Thompson guardando a un tratto verso di me come se fossi stato io a tirare il grilletto. Abe doveva essere il professor Hofmann dato che s'era parlato solo di lui. Ma in quel momento era il professor Thompson a inquietarmi col suo modo di guardarmi fisso. S'era anche acceso una sigaretta e aveva detto la frase solo dopo avere inspirato il fumo fin dentro al più nascosto angolo dei suoi polmoni. Poi l'aveva buttato fuori dal naso. Non mi sembra il caso di ricominciare a fumare, ha detto sua moglie Naomi. Lui allora ha tirato su le sopracciglia ad arco lanciandole uno sguardo furente. Sai benissimo quand'è che ho ricominciato a fumare, le ha detto, e sai benissimo anche il perché. Perché la sigaretta che mi metto in bocca oggi... Lo so, lo so, ha detto lei, non c'è bisogno di ripeterlo. Ma lui ha continuato lo stesso riprendendo la frase dall'inizio: Perché la sigaretta che mi metto in bocca oggi serve a farti ricordare l'uccello che hai preso in bocca tu.
Ostia! non si staccava dal discorso, ero lontanissimo dal mio luogo d'origine, si parlava di un certo Hofmann ma poi non se ne parlava più e si tornava al solito argomento. Hofmann, ho detto, volevo far mente locale, cioè, ho detto, cosa ha fatto Hofmann? s'è sparato? cos'ha fatto? s'è tirato un colpo? Non sapevo cosa dire. Il professor Thompson fumava, continuava a fumare, se ne accendeva una dietro l'altra e le finiva a raffica. Non credere di impressionarmi, sai, diceva lei, non credere di impressionarmi in questo modo. Lui fumava una sigaretta dietro l'altra con dei tiri così intensi che il fumo delle volte non gli tornava neanche più fuori dai polmoni. Lei diceva: Non m'impressioni, sai? E lui diceva: Non t'impressiono? Benissimo, ma questo mio gesto dovrà pure ricordarti qualcosa. Dovrà pure ricordarti il cazzo che prendevi in bocca. Perché sei stata tu a dirmi che glielo prendevi in bocca, se non mi sbaglio. Sì, ha detto lei, me lo ricordo bene com'è successo e facevo proprio così con la bocca - e intanto fingeva di succhiare un gelato. Facevo proprio così, diceva, con le labbra così, come facevi tu quando hai leccato la figa a quella stronzetta, perché gliel'hai leccata a quella, eh? l'hai detto tu davanti a Morgenstern.
Morgenstern? ho detto.

Michel Foucault, L'uso dei piaceri, 1984

È la curiosità; la sola specie di curiosità, comunque, che meriti d'essere praticata con una certa ostinazione: non già quella che cerca di assimilare ciò che conviene conoscere, ma quella che consente di smarrire le proprie certezze. A che varrebbe tanto accanimento nel sapere, se non dovesse assicurare che l'acquisizione di conoscenze, e non, in un certo modo e quanto è possibile, la messa in crisi di colui che conosce?

Peter von Matt, postfazione a "Il libro contro la morte”, 2014

Il libro di Canetti contro la morte - da un lato progetto di un'intera vita e, dall’altro, realtà concreta di innumerevoli appunti - dev’essere scaturito, in eguale misura, da una volontà di cambiare il mondo e da un grave trauma. Sottotraccia palpita di continuo questo interrogativo: come mai gli uomini si uccidono con tanta facilità e con tanto entusiasmo, perché trovano sempre un pretesto per farlo, perché prima di uccidere chiedono la benedizione delle loro divinità? A tutt’oggi il genere umano non ha ancora risposto a questo interrogativo. Si limita a cambiare, di volta in volta, le sue teorie sull’aggressività.

Fei Dao, Un racconto sulla fine del mondo, 2006

Mia madre, quando era giovane, disse a mio padre che non lo avrebbe sposato neanche se lui fosse rimasto l'ultimo uomo sulla faccia della Terra. Queste parole avevano profondamente ferito mio padre, il quale, trasformando il dolore in forza, si fece coraggio e diventò un manutentore di lungo periodo di stazioni spaziali. Così, da solo nello spazio, a chilometri di distanza, rimaneva lontano dagli uomini, dalla Terra e da mia madre, esattamente come desiderava.
Mio padre poi rimase veramente l'ultimo uomo al mondo e mia madre se lo sposò.

Nick Hornby, Non buttiamoci giù, 2005

Problema della mia generazione è che ci sentiamo tutti dei geni del cazzo. Far qualcosa per noi non è abbastanza, e neanche vender qualcosa, o insegnare qualcosa o solamente combinare qualcosa: no, noi dobbiamo essere qualcosa. È un nostro inalienabile diritto, in quanto cittadini del ventunesimo secolo. Se Christina Aguilera o Britney Spears o qualche altro coglione di Idolo Americano possono essere qualcosa, perché io no? dov'è quel che mi spetta?

Gustavo Zagrebelsky, La disputa dei diritti tra credenti e laici, 2004

L’idea antica (raramente espressa in termini di diritti, in senso soggettivo; normalmente espressa in termini di diritto, in senso oggettivo) presuppone come dato un ordine giusto che pretende rispetto. Il diritto, dal punto di vista del soggetto, in questo contesto, è la pretesa all’integrità di quest’ordine, quando esso sia turbato. La funzione dei diritti, per così dire, è restaurativa dell’ordine violato da chi non ha osservato i doveri che su di lui incombono. I diritti sono i rimedi dei doveri (violati); presuppongono una lesione dell’ordine e consistono nella pretesa che quest’ultimo sia ripristinato. Ma la nozione primigenia è quella del dovere. Se tutti rispettassero i loro doveri, non ci sarebbe bisogno alcuno dei diritti. La nozione del diritto è secondaria, nel senso che viene dopo e dipende da quella di dovere. I diritti di cui si parla sono dunque pretese d’ordine.
L’idea moderna è agli antipodi. Essa non muove affatto da un ordine dato ma presuppone che ogni essere umano sia libero di operare per instaurare l’ordine che ritiene per sé preferibile. Non si tratta di pretese d’ordine ma di pretese di libertà e quindi, potenzialmente, di disordine. La nozione di diritto è prioritaria, rispetto a quella di dovere, che viene costruita in conseguenza del necessario stabilimento di limiti che consentono la coesistenza delle libertà. La funzione dei diritti moderni non è restaurativa ma instaurativa ed è in funzione della volontà individuale, non dell’ordine impersonale.

Daniela Mazzoli, Sarò strana io, 2017

E anche ricevere un cenno, come uno sparo alla partenza. Ma siccome questo non capita, magari perché le persone vogliono pensare che capiti sempre per caso e lui sta lì troppo attento e concentrato che non si potrebbe mai credere che è capitato come un’idea che viene in mente all’improvviso, allora ogni giorno sembra un’intera vita che passa invano e che la pioggia sia caduta sulla miccia e l’abbia spenta, considerando che c’è un solo fiammifero disponibile per ogni alba.

Enrico Remmert, Rossenotti, 1997

Ci vorrebbe un tasto FFWD per certe giornate, per certi periodi della propria vita. Un tasto FFWD, come nei mangianastri e nei video-registratori, fast forward, avanti veloce... per saltare d'un balzo intere ore, interi giorni, intere settimane: saltarli, non viverli, del tutto.
E se avessimo tutti i tasti? Ve lo immaginate? Poter schiacciare REWIND, riavvolgimento... e tornare indietro ai momenti più aguzzi della nostra vita... poi premere il taso di moviola e riviverli piano piano... oppure, ogni tanto, schiacciare STOP e fermarsi, fare una pausa, staccarsi da tutto. Non sarebbe meraviglioso?
Probabilmente no, siamo esseri umani. Se avessimo tutti questi tasti allora ne desidereremmo uno solo, il tasto PLAY, come in questa vita qua, il tasto PLAY, avanti inesorabilmente, con un tastino REWIND depotenziato, che si chiama memoria, e un tastino STOP depotenziato, che si chiama sonno... e sempre in attesa che chi ha premuto PLAY e ci ha iscritto a questo gioco, prema EJECT e ci richiami a sé.

Peter Godfrey-Smith, Altre menti, 2016

I cefalopodi sono un'isola di complessità mentale nel mare degli invertebrati. Poiché il nostro più recente antenato comune era una creatura semplicissima ed è tanto lontano nel tempo, i cefalopodi rappresentano un esperimento indipendente nell'evoluzione di grandi cervelli e comportamenti complessi. Se è possibile stabilire con loro un contatto come esseri senzienti, non è per via di una storia condivisa, non è per via di un'affinità - ma perché nel corso dell'evoluzione la mente si sviluppò due volte. È probabile che questo sia quanto di più vicino all'incontro con un alieno intelligente ci possa mai capitare.

Ali Smith, L'una e l'altra, 2014

Perché se davvero le cose succedessero simultaneamente sarebbe come leggere un libro con le righe stampate una sopra l’altra, come se ogni pagina in realtà fossero due pagine sovrapposte di cui una rende illeggibile l’altra. Perché è Capodanno e non maggio, e questa è l’Inghilterra e non l’Italia, e fuori piove a catinelle e con tutto che piove si sentono quegli stupidi botti che la gente spara a Capodanno, bum bum bum, come una piccola guerra, perché ci sono persone che stanno fuori sotto la pioggia a catinelle, con l’acqua che va a finire nei bicchieri di champagne, e loro con la faccia in su a guardare quei fuochi d’artificio (tristemente) inadeguati che si illuminano e si spengono.

Albert Camus, L'uomo in rivolta, 1951

La rivolta metafisica presuppone infatti una visione semplificata della creazione, che i greci non potevano avere. Non c’erano per loro da una parte gli dèi, e dall’altra gli uomini, ma diversi gradi che conducevano dagli ultimi ai primi. L’idea di un’innocenza opposta alla colpevolezza, la visione di una storia riassumentesi tutta nella lotta tra il bene e il male, erano loro estranei. Nel loro universo, vi sono più errori che delitti, solo delitto definitivo essendo la dismisura. In un mondo totalmente storico quale minaccia di essere il nostro, non ci sono più errori, al contrario, ci sono soltanto delitti, primo dei quali la misura. Si spiega così lo strano misto di ferocia e d’indulgenza che spira dal mito greco.

Louis-Ferdinand Céline, lettera a Paulhan, 1949

In letteratura tutto è crollato dopo l’arrivo del cinema, ma gli scrittori non sembrano averlo previsto, ammesso, nulla di nulla. Ora senza rendersene conto fabbricano tutti trame di sceneggiature. Anche i romanzi di Flaubert, Hugo, Loti, Balzac! Allora meglio il cinema, al romanzo resta un solo spazio: l’emotività diretta. Tutto il resto è occupato dal film, totalmente! Un tempo (prima del film) si potevano chiedere al lettore sforzi di immaginazione che oggi rifiuta nel modo più assoluto.

Ursula Le Guin, I sogni si spiegano da soli, 1973

C’è gente che sa parlare al telefono. Deve riporre una grande fiducia nell’apparecchio. Per me il telefono serve a prendere un appuntamento dal dottore e a cancellare un appuntamento dal dentista. Non è un mezzo di comunicazione umana. Non riesco a stare lì in corridoio con un ragazzino e un gatto che mi gironzolano tra le gambe, che si mettono a saltellare e fare le fusa chiedendo biscotti e croccantini, e al tempo stesso spiegare a una voce disincarnata che mi parla all’orecchio che lo spettro junghiano di introversione/estroversione può essere efficacemente applicato non soltanto agli esseri umani ma anche a chi scrive. E cioè, ci sono scrittori e scrittrici che desiderano parlare di sé stessi, ne hanno bisogno, non so, tipo Norman Mailer, e poi c’è chi invece desidera e ha bisogno di privacy.

Flannery O’Connor, Rivelazione, 1964

A volte, la notte, quando non riusciva a dormire, la signora Turpin studiava il problema di chi avrebbe voluto essere se non avesse potuto essere lei. Se, prima di farla, Gesù le avesse detto: “Ci sono solo due posti disponibili, per te. Puoi essere una negra o una bianca povera”, lei cos'avrebbe risposto? “Ti prego, Gesù, ti prego” gli avrebbe detto, “lasciami aspettare finché viene libero un altro posto”. E lui le avrebbe detto: “No, devi andare subito e hai solo quei due posti, perciò deciditi.” Lei avrebbe tergiversato, avrebbe pregato e supplicato, ma non sarebbe servito a nulla, e alla fine avrebbe detto: “Va bene, allora fai di me una negra... Ma non una negra povera, s'intende.”. E lui l'avrebbe fatta una brava negra pulita e rispettabile; sempre lei, ma nera.

Régis Jauffret, Microfictions 2018

Sono uscita tra le risate. Ho fatto un buco nell’acqua dappertutto. Né i negozianti né l’ambulatorio dentistico di Place Marechal né il nostro medico di famiglia mi hanno concesso nemmeno un part-time. Allora ho risposto a un annuncio apparso sul “Midi libre”. Mi hanno chiesto cinquecento euro per coprire le spese del mio incarico di direttrice di un negozio di generi alimentari virtuale della zona. Mio marito ha sostenuto che si trattava di una truffa e si è rifiutato di anticiparmi quel denaro.
«E allora cosa facciamo, Joël?»
«Ti assumo io».
Ho creduto che mi avesse trovato un posto alla concessionaria. In realtà mi proponeva di occupare una casetta isolata a trecento chilometri da casa nostra in cambio di un misero stipendio mensile. Non si trattava di lavorare né di rendersi utile, sarei stata remunerata semplicemente per non essere più lì. Ho rifiutato, ma Carole mi ha consigliato di accettare piuttosto che scontentarlo rischiando di finire vittima di un dramma coniugale. In Francia ogni tre giorni una donna muore per mano del proprio marito.
«Sarebbe un peccato se tu finissi nelle statistiche».

Iris Murdoch, Proceeding of the Aristotelian Society: Dreams and Self-Knowledge, 1956

A chi afferma «Le statistiche mostrano che la gente lo fa costantemente, dunque deve essere giusto» (modello molto comune di argomento) si dovrebbe far presente che in questo modo si occulta il presupposto «Ciò che è abituale è giusto». Ci si deve anche rendere conto (si dovrebbe sostenere) che «Ciò che è abituale è giusto» è un giudizio morale liberamente sottoscritto da chi lo sostiene e non una definizione di ciò che è «giusto».

Sara Gamberini, Maestoso è l'abbandono, 2018

Una sera una donna ci ha chiesto se poteva sedersi accanto a noi, aveva bisogno di stare vicino a qualcuno. La donna parlava da sola, sembrava una persona impazzita da poco, una che stava impazzendo per la prima volta in quei giorni. Il volto non era ancora stravolto dai dubbi, i discorsi erano lineari e persecutori ma il delirio era illuminato da una piccola certezza, da un contatto privilegiato con tutto, ancora privo di angoscia. Inconfondibili, nei suoi occhi, alcuni sprazzi di speranza. Diceva che stare nella nostra città era diventato difficile ma che per il momento non ci potevamo muovere da lì. Ha percepito qualcosa, me lo ha indicato, per contrastare quella forza sarebbe arrivato a breve un uomo, una specie di uomo, ha aggiunto. Poi si è alzato il vento, finalmente il vento, ha detto, vedi? Questo è un segnale.