La libertà del volere è un risultato delle pressioni evolutive. Da un punto di vista evoluzionistico, infatti, prevedere il futuro è un’ottima idea. Permette di evitare sforzi inutili e di risparmiare molte calorie. In quest’ottica, la storia che dall’ameba porta alla nostra specie è un elenco di successi crescenti. Va anche detto che la nostra autocoscienza ci regala una capacità di previsione e una libertà mai raggiunte prima nel mondo animale, ma anche la consapevolezza della caducità della nostra esistenza. Il che ha fatto sì che negli ultimi millenni un numero impressionante delle “extra-calorie” astutamente risparmiate sia stato investito nella costruzione di miti sociali in grado di farci convivere il meglio possibile con questo nuovo livello di consapevolezza cognitiva. Tra questi miti, un ruolo importante ha l’idea della nostra capacità di svincolarci dai limiti del mondo naturale, sia in quanto separabili, per così dire, dalla nostra carne, sia in quanto in grado di essere cause incausate di accadimenti naturali.
Ma si tratta di un errore: una teoria incomprensibile, e soprattutto inutile e dannosa. Non c'è bisogno di postulare nessuna frattura ontologica. La libertà del volere è un prodotto dell’evoluzione umana, altrettanto reale del denaro o della musica. Essa si manifesta non al livello fisico di base, ma a quello “del progetto”; non per questo, però, è irreale.
La complessità delle strutture emergenti a livello prima biologico poi culturale spiega come sia possibile inserire l’evoluzione della capacità di scelta in un contesto naturalistico. Quando gli uccelli inventano le ali acquisiscono un tipo di libertà di azione differente e superiore a quello della medusa che fluttua seguendo le correnti marine. Qualcosa di simile è avvenuto con la libertà umana, certo molto diversa da quella di un uccello, ma comprensibile solo a partire dai suoi più modesti predecessori.