Matteo Galiazzo, intervista “Nazione Indiana”, 15 giugno 2012

Quando ho cominciato a scrivere tra i modelli avevo soprattuto Vonnegut, e quindi l’idea centrale era sempre una cosa, come dire, spiegare gli umani agli alieni, o viceversa. Il relativismo cosmico, insomma. Lo spostamento dell’umano dal centro della scena (noi provinciali dell’orsa minore). Una volta ho scritto un racconto con un titolo orrendo: Disantropocentrismo. Non ricordo di che parlava (forse Marco Drago se lo ricorda), ma il concetto era quello non empatizzare mai con il genere umano, soprattutto con le sovrastrutture di cui l’umanità andava più orgogliosa: le patrie, le religioni, le squadre di calcio, le letterature. Molte cose che ho scritto all’inizio erano così: ignora gli umani. Credo che la cosa sia stata potenziata notevolmente anche dalla mia mancanza di senso ideologico, dall’alienazione a qualunque sistema di impegno, dall’orticaria per robe tipo il messaggio, o la morale della favola.