Virginia Woolf, Tra un atto e l’altro, 1941
Prima di separarci, signore e signori, prima di andarcene (quelli che si erano alzati ricaddero seduti) parliamoci con parole semplici, senza orpelli, ridondanze, ipocrisie. Spezziamo il ritmo e abbandoniamo le rime. E consideriamo con calma noi stessi. Noi stessi: qualcuno magro, qualcuno grasso (gli specchi lo confermarono). Bugiardi, per la maggior parte. Ladri anche (gli specchi su questo non fecero commenti). I poveri sono cattivi quanto i ricchi. Forse peggio. Non nascondiamoci dietro gli stracci. Non facciamo proteggerci dagli abiti; dal sapere imparato dai libri; da un esperto uso della tastiera; da un colore ben spalmato. Non presumiamo innocenza nell’infanzia. Pensiamo alle pecore. O alla fedeltà in amore. Consideriamo i cani. O la virtù di chi s’è fatto i capelli bianchi. Consideriamo chi uccide col fucile o lancia bombe dove gli capita. Fanno apertamente ciò che noi facciamo furtivamente. Prendiamo a esempio (qui il megafono prese un tono discorsivo, disimpegnato) il villino del signor M. Un panorama rovinato per sempre. Oppure il rossetto o lo smalto rossosangue della signora E… Un tiranno, ricordatelo, è un mezzo schiavo. Item la vanagloria del signor H., lo scrittore, che fruga nel letamaio per una miserabile fama… Poi c’è l’amabile condiscendenza della signora del Castello - i modi aristocratici. E le speculazioni in Borsa… Oh, siamo tutti uguali. Prendete me. Sfuggo forse alla mia stessa condanna simulando indignazione, dietro i fusti, tra gli arbusti? Ecco una rima che, a dispetto delle proteste e dell’anelito all’olocausto, indica che anche io ho avuto quella che si dice una buona educazione… Guardiamo noi stessi, signore e signori! Poi guardiamo quel muro. E domandiamoci come mai questo muro, il grande muro che definiamo, o forse denigriamo, col nome di civiltà, sia stato costruito (qui gli specchi guizzarono e lampeggiarono) da frammenti, scorie, residui quali noi siamo.