Clarice Lispector, Vicino al cuore selvaggio, 1944
«Per me è il contrario. Io non pensavo affatto di sposarmi. La cosa più buffa è che ho ancora la certezza di non essermi sposata... La pensavo più o meno così: il matrimonio è la fine, dopo sposata non potrà più succedermi niente. Immagini: aver sempre una persona accanto, non conoscere la solitudine. Mio Dio! - non ritrovarsi mai a tu per tu con se stessi, mai. E essere una donna sposata, una persona, cioè, dal destino ormai segnato. Dopo, si tratta solo di aspettare la morte. Io pensavo: neanche la libertà di essere infelici si conserva, perché ci si trascina dietro un'altra persona. C'è sempre qualcuno che ti osserva, ti scruta, che ti accompagna in ogni movimento. E perfino nella stanchezza di vivere c'è qualcosa di bello, quando lo si sopporta da soli, e disperati - pensavo. Ma in due, mangiando ogni giorno lo stesso pane senza sale, assistendo alla propria sconfitta nella sconfitta dell'altro... Tutto, senza contare il peso delle abitudini che si riflettono nelle abitudini dell'altro, il peso del letto in comune, della tavola in comune, della vita in comune, come preparazione e minaccia della morte in comune. E dicevo sempre: mai».