Maurizio Ferraris, Imparare a vivere, 2024

Quello che propongo con l’idea del convivere come elemento costitutivo della natura umana, tanto della prima, quella biologica, quanto della seconda, quella sociale, è una trascendenza nell’aldiquà. Noi non siamo soli al mondo, c’è un altro, diverso da noi ma umano come noi a cui possiamo rivolgerci con odio o con amore, ma appunto come a un alter ego che ha, in sé, qualcosa di noi (il ricorso agli animali di compagnia è anche ammesso, ma non è difficile notare a quali e quanti processi di antropomorfizzazione forzata e non si sa quanto gradita infliggiamo a cani, gatti, pappagalli…). È la regola del gioco: non puoi sentirti umano senza intrattenere una qualche relazione con un altro umano. Così il convivere, il riconoscerci come esseri umani, ci fornisce una trascendenza tutta mondana, ossia ci offre un senso dello stare insieme che scavalca i limiti di una vita che, esaminata per quella che è, senza il senso supplementare del convivere, rimane solitaria, povera, sgradevole, brutale e, per quanto lunga possa essere, comunque troppo breve.