Occorre concepire il soggetto non come una sostanza, ma come un vortice nel flusso
dell’essere. Egli non ha altra sostanza che quella dell’unico essere, ma,
rispetto a questo, ha una figura, una maniera e un movimento che gli
appartengono in proprio. Ed è in questo senso che bisogna concepire il rapporto
fra la sostanza e i suoi modi. I modi sono mulinelli nel campo sterminato della
sostanza, che, sprofondando e turbinando in se stessa, si soggettivizza, prende
coscienza di sé, soffre e gioisce.
I nomi – e ogni
nome è un nome proprio o un nome divino – sono vortici nel divenire storico
delle lingue, mulinelli in cui la tensione semantica e comunicativa del
linguaggio s’ingorga in se stessa fino a diventare uguale a zero. Nel nome, noi
non diciamo più – o non diciamo ancora – nulla, chiamiamo soltanto.
È forse per
questo che, nella rappresentazione ingenua dell’origine del linguaggio,
immaginiamo che prima vengano i nomi, discreti e isolati come in un dizionario,
e che poi noi li combiniamo per formare il discorso. Ancora una volta, questa
immaginazione puerile diventa perspicua, se comprendiamo che il nome è, in
realtà, un vortice che buca e interrompe il flusso semantico del linguaggio, e
non semplicemente per abolirlo. Nel vortice della nominazione, il segno
linguistico, girando e sprofondando in se stesso, s’intensifica ed esaspera
fino all’estremo, per poi lasciarsi risucchiare nel punto di pressione infinita
in cui scompare come segno per riapparire dall’altra parte come puro nome. E il
poeta è colui che s’immerge in questo vortice, in cui tutto ridiventa per lui
nome. Egli deve riprendere una a una le parole significanti dal flusso del
discorso e gettarle nel gorgo, per ritrovarle nel volgare illustre del poema
come nomi. Questi sono qualcosa che raggiungiamo – se li raggiungiamo –
soltanto alla fine della discesa nel vortice dell’origine.