La nostra civiltà (nel senso più lato possibile, il nostro pensiero stesso) è schiava del criterio quantitativo: in vario modo applicato, come infimamente nel sistema delle maggioranze, ma in ogni luogo sovrano. La quantità è concepita quale elemento dirimente e risolutivo dovunque sia conflitto d’interessi, dove si prospetti una necessità di scelta, dove si tratti di fare per l’appunto il minor male, dove infine manchino le condizioni d’un giudizio più conseguente; ossia, se non erro, in qualsiasi circostanza. Si potrebbe perfin dire che essa, il suo concetto, si sostituisca al giudizio ovvero ne uccida l’esigenza.