Don DeLillo, Americana, 1971

E alla fine il particolare più alieno di tutti, la membrana che ricopriva pareti e soffitto. Era di un materiale simile alla pellicola trasparente che si usa per confezionare i tramezzini, ma più opaco e ruvido, non applicato a fasce, come la tappezzeria, ma in un pezzo unico a mo’ di tenda, aderente alle pareti, rigonfio a tratti di bolle d’aria. Nella pellicola era ritagliata una sezione rettangolare in corrispondenza della porta, per poter entrare e uscire. Era stato l’inquilino precedente a mettere quella roba sui muri, un inventore e collagista svizzero, pazzo di una pazzia totale e furiosa come riescono a esserlo solo gli svizzeri. Aveva battezzato quell’opera, il lavoro della sua vita, il Bozzolo, e si faceva chiamare il Bozzolista. Aveva sperato di riuscire a creare un ambiente che fosse di vita piuttosto che d’arte, un organismo isolato dall’ostilità delle topografie esterne, un groviglio di bruchi palpitanti, un micromondo, un’umanità oltre l’uomo che l’aveva creata. Del resto la membrana era a base di sostanze chimiche, per cui si poteva dire dotata di una forza vitale diversa nel grado ma non nell’essenza da quella condivisa da tutte le creature in grado di strisciare o camminare. Questo aveva detto a Sullivan, e questo aveva ripetuto Sullivan a me.