Un momento di «felicità e pienezza senza eguali» risalente a tanti anni fa, in cui la madre era orgogliosa del suo bambino e anche lui, il piccolo Carrère, era orgoglioso di sé. In fondo, la sensatezza di scrivere di sé e della propria madre in un tempo terminale come il nostro sta tutta qui: nel percepire la nostra presenza nel mondo come importante e unica, malgrado sia la stessa sensazione provata da chissà quanti altri miliardi di sconosciuti nel mondo: niente altro se non una evoluzione di quello che chiamiamo istinto di sopravvivenza, l’anticamera ancestrale della coscienza di sé.