Maeve Brennan, L’annegato, 1963

Aveva sempre avuto la sgradevole sensazione che ci fosse qualcosa che gli altri sapevano, qualcosa che sapevano tutti e che tutti davano per scontata, tranne lui. Qualche volta aveva sperato di imbattersi per caso in quel frammento di senso comune, che come una pietra di paragone l’avrebbe guidato al segreto di cui percepiva l’esistenza, che gli altri conoscevano e che gli era rimasto celato. Dentro di sé aveva sempre pensato a voce alta: «Nella vita dev’esserci più di questo, dev’esserci più di questo nella vita». Oh, sì, certo, certo, dev’esserci più di questo, pensava sempre, e poi, in quegli istanti di incredulità, guardava in faccia le persone che gli passavano accanto per la strada e cercava di leggervi la cosa che, ne era certo, le spingeva ad andare avanti ogni giorno, perché non tutti avevano la sua energia, e non tutti, anzi pochissimi, possedevano la forza di tenere duro giorno dopo giorno nello smarrimento in cui lui viveva. Non era possibile che altri riuscissero a passare da un giorno all’altro, come faceva lui, senza alcun motivo particolare, o che fossero in grado di erigere quella facciata di coraggio che lui erigeva, una facciata di coraggio e rispettabilità che non era la facciata di niente, nient’altro che una facciata.