Thomas Pynchon, L’incanto del lotto 49, 1966
Un cerchio di smog ristagnava al bordo dell’orizzonte, la luce del sole sulla campagna beige chiara faceva male agli occhi, lei e la Chevrolet parevano posteggiate al centro di un istante strano e sacro. Come se su un’altra frequenza o dall’occhio di un vortice che roteava troppo lentamente perché la pelle accalorata arrivasse a percepirne la freschezza centrifuga, si stessero pronunciando parole. Oedipa intuì una cosa del genere. Pensò al marito, a Mucho che si sforzava di credere nel suo lavoro. Provava anche lui una sensazione simile, guardando dietro la finestra insonorizzata di controllo un collega che, auricolare alle tempie, dava il segnale per l’incisione successiva con movimenti altrettanto stilizzati quali potrebbero essere quelli di crisma, calice, turibolo ma effettivamente sintonizzati alla voce, le voci, la musica, il messaggio; circondati dalla cosa, dentro la cosa, come ai fedeli ai quali era diretta? Mucho anche lui fuori dallo Studio A guardava dentro, sapendo di riuscire forse a sentire ma di non riuscire a credere?