Vladimir Nabokov, Il dono, 1937
Aveva pubblicato il libro a sue spese (era riuscito a vendere un casuale residuo della ricchezza di un tempo: un portasigarette d’oro su cui era incisa la data di una lontana notte d’estate – ah, come scricchiolava il cancelletto madido di rugiada della sua dacia!), e quattrocentoventinove delle cinquecento copie stampate stavano ancora vergini e polverose nel deposito del distributore, come un piatto altopiano con un unico avvallamento. Diciannove copie le aveva regalate a conoscenti e amici, una l’aveva tenuta per sé. A volte si chiedeva chi mai potessero essere quei cinquantuno che avevano comprato il suo libro. Li immaginava riuniti in una sala (qualcosa come un’assemblea di azionisti: “i lettori di Godunov-Čerdyncev”) – tutti uguali, con occhi pensosi e il bianco volumetto tra le amorevoli mani. Di una sola copia conosceva con certezza il destino: l’aveva comprata due anni prima Zina Mertz.