Marlen Haushofer, La parete, 1963
Lo chalet si trovava al suo posto abituale e potevo perfino sperare che la vecchia gatta fosse ancora in vita. Da bambina avevo sempre sofferto della sciocca paura che tutto ciò che vedevo sparisse non appena gli voltavo le spalle. Nemmeno il raziocinio è servito a guarirmi completamente da quel timore. A scuola pensavo alla casa paterna e, improvvisamente, al suo posto riuscivo solo a scorgere una grande macchia vuota. Più tardi piombavo in un'angosciosa tensione nervosa se la mia famiglia non si trovava in casa. Mi sentivo realmente felice solo quando erano tutti nei loro letti, o quando ci trovavamo tutti seduti intorno al tavolo. Sicurezza per me equivaleva a poter vedere e toccare. E lo stesso mi accadde anche quell'estate. Sull'alpe mettevo in dubbio la realtà dello chalet, e una volta scesa a valle, nella mia immaginazione l'alpe si dissolveva nel nulla. Erano poi veramente tanto insensate le mie paure? La parete non era forse la conferma dei miei timori infantili? In una notte la mia vita precedente, tutto ciò a cui tenevo, mi era stata sottratta in modo sinistro. Se questo era stato possibile, tutto poteva accadere.