Salvatore Veca, Il gran gioco dei perché. La filosofia salvata dai ragazzini, 2005

La congettura ci dice che le domande filosofiche sono generate dalla tensione fra la descrizione di come stanno le cose e il senso che ciò ha o può avere per noi. La filosofia mira a esiti di equilibrio riflessivo fra le nostre credenze. E, facendo ciò, mira a dare un senso perspicuo a noi stessi e alle nostre prospettive su noi e sul mondo. In una parola, essa mira, in quanto sapere d’identità, all’autoritratto. Per le prove d’autoritratto il filosofo e la filosofa si avvalgono di congetture, modi di guardare le cose, assunzioni, ipotesi che in vario modo fanno parte dell’eredità o del retaggio, come direbbe Jacques Derrida. La tradizione filosofica non è altro che lo sterminato repertorio, pasticciato e intrinsecamente non convergente, di exempla di modi alternativi di vedere le cose. Modi fra loro alternativi di dar senso, di comprendere, di commentare, di valutare, di giudicare, di immaginare le cose della vita. Così - suggerisce la congettura - la filosofia rivela il suo carattere scarsamente cumulativo ed essenzialmente pluralistico, in modo distinto rispetto ad altro tipo di esplorazione intellettuale quale quello, grosso modo e per lo più, dell’impresa scientifica. Qui, sembra di poter dire, la prossimità della filosofia è piuttosto quella con i linguaggi dell’arte, nel senso di Nelson Goodman.