Ermanno Cavazzoni, La galassia dei dementi, 2018
Hanz aveva tre collezioni. Una, la principale, era di grucce per abiti, perché per secoli gli abiti venivano d’abitudine appesi alle grucce, e dalle grucce – diceva lui – si poteva seguire l’evoluzione dell’umanità, della mentalità, della tecnica, e poi c’erano lacune, epoche che non avevano lasciato grucce, cosa significava? per lui significava che trovarne una di quell’epoca vuota era un successo, la metteva in primo piano nella collezione, come elemento di transizione, che a ben studiarlo, nel suo profilo drammatico, rivelava una frattura di civiltà: torbidi, guerre, pestilenze, radiazioni dal cosmo; la gruccia è eloquente, più di ogni altro reperto, più della stessa parola scritta e trasmessa, che è sempre falsa, secondo Hanz. Ma come per tutti i collezionisti, alla base c’era una smodata e irrazionale libidine per l’oggetto della collezione, celata dietro motivazioni nobili e superiori: diceva che la gruccia era lo stereogramma della figura umana, lo diceva all’amico vicino di casa, l’egregio signor Purcassea, altro umano di sesso maschile; la gruccia – gli diceva – è una sintesi: “Noi siamo nati per sorreggere abiti, per il tempo che ci è concesso, e poi fine dello spettacolo, resta solo il telaio, lo scheletro; la gruccia è il nostro emblema”.