Valentina Maini, Alaska, 2026
Pensava che non era difficile in fondo prevedere gli esiti di una storia, bastava osservarne gli inizi – i primi giorni, se non le prime battute di una relazione, che cosa nell’altro ci attrae causandoci quella punta di dolore acuto, che cosa ci rassicura senza affascinarci, anzi disturbandoci come un tratto troppo familiare che potremmo ritrovare più in un fratello che in un amante –, osservarli con la lucidità che non pertiene alle partenze e riuscire a cogliere il disprezzo sottile, il turbamento e il punto da cui la scintilla si è generata, poi ripetere, ripetere tutto moltissime volte, scimmiottando la prima emozione oppure provandola davvero, ogni frase, il disprezzo sottile e il turbamento, ciò che ci attrae e ci repelle, e la scintilla, generare all’infinito la scintilla, vederla riprodursi in un meccanismo rodato senza alcun mistero, nelle stesse liti e pacificazioni, quindi ripetere ancora, muovere i mobili della stanza facendo cadere una pianta ormai decrepita di avocado, tagliare le foglie viola, provocare il fuoco e la lite sperando che la smettano di usarci come combustibile o alimento, essere noi a usarli invece, come via di fuga…