David Foster Wallace, Il re pallido, 2008

Il capogruppo del mio gruppo Accertamento e sua moglie hanno un bambino piccolo che posso definire… feroce. L’espressione è feroce, il comportamento è feroce, lo sguardo da sopra il biberon o il ciuccio: feroce, intimidatorio, aggressivo. Non l’ho mai sentito piangere. Quando mangia o dorme, la faccetta chiara arrossisce, dandogli un aspetto ancora più feroce. Nei giorni lavorativi in cui il nostro capogruppo lo portava con sé all’ufficio di Distretto, appeso alla schiena in un arnese di plastica tipo marsupio, il bambino dava l’impressione di montarlo come un cornac monta un elefante. Se ne stava lì appeso, a sprizzare autoritarismo. La schiena contro quella del capogruppo, il testone poggiato nella cavità del collo paterno, obbligando il signor Manshardt a tenere la testa in fuori e china nella classica postura dell’oppresso. Formavano un animale a due facce, una calma, mite e adulta, l’altra informe eppure enfaticamente feroce. Il bambino non si dimenava né protestava mai dentro l’arnese. Scrutava il resto di noi riuniti in corridoio ad aspettare l’ascensore del mattino con sguardo diretto, imperturbabile e, sembrava, quasi accusatorio.