Filippo La Porta, Elogio della vita ordinaria, 2025
Una qualche teatralità è connessa fatalmente alla nostra modalità di relazionarci all’altro in società: autenticità non è aggirare questa inevitabile teatralità, piuttosto, entro la recita shakespeariana dell’esistenza – cui nessuno può sottrarsi –, provare ad «assumere un ruolo permanente, ciò che rende virtualmente impossibile la scelta di un altro». Scegliere una parte, l’«io» che intendiamo assumere, ed esservi fedele. Una volta accettata la estrema diversificazione e disseminazione dell’io, la sua pluralità rizomatica, siamo chiamati per Austen ad assumerci un impegno – verso gli altri e verso di noi – che in qualche modo fissa la natura dell’io e coincide con una nostra vocazione più nascosta.