Gertrude Stein, Autobiografia di tutti, 1937

Sono sempre più certa che la sola differenza tra gli uomini e gli animali è che gli uomini sanno contare e gli animali no e quando contano per lo più contano denaro, e una delle cose che davvero mi piaceva in Napoleone è che stabiliva sempre la spesa quotidiana di tutti i personaggi delle storie che stava leggendo.

Heinrich Mann, L'odio, 1933

Una cricca di individui avidi e malvagi si è riunita per distruggere una democrazia ancora in fase di sviluppo. Ha preferito domare il Paese per mezzo dell’odio, il sentimento che gli era più congeniale. Si trattava infatti di un gruppo di falliti. È una cosa che va tenuta in considerazione. Nessuno di loro aveva mai svolto un lavoro utile in tutta la sua esistenza. Nessuno aveva la benché minima possibilità di realizzare un qualche cosa, se non gli fosse stato concesso di distruggere e odiare. Non avevano talenti né successi da vantare, erano destinati a sprofondare nel fango. La loro miserevole esistenza lambiva già il baratro. Ma proprio il desiderio di vendetta personale e l’invidia velenosa sono la fonte della loro forza. E con questa forza tanto meschina sono riusciti a ridurre un’intera nazione in uno stato che suscita il disgusto generale.

Toni Morrison, Beloved, 1987

«Un giorno ti ritroverai che cammini per strada e sentirai o vedrai che sta succedendo qualcosa. Un'immagine chiarissima. E tu pensi che sei tu che lo pensi. Un'immagine del tuo pensiero. E invece no. Questo succede quando s'incappa nel ricordo che appartiene a qualcun altro. Lì, dove stavo prima di venire qua, quel posto esiste nella realtà. Non andrà mai via. Anche se sparisce tutta quanta la fattoria - fino all'ultimo albero e all'ultimo filo d'erba. L'immagine è sempre lì e, cosa più importante di tutte - se lì ci vai tu, tu che non ci sei mai stata - se vai lì e ti metti nel posto dov'era prima, succederà di nuovo. È lì per te, che ti aspetta. Perciò, Denver, non andarci mai. Mai. Perché, anche se è tutto finito, morto e sepolto, è sempre lì che ti aspetta. Ecco perché mi son dovuta portar via di lì i miei figli. A tutti i costi.» Denver si rosicchiava le unghie. «Se è ancora lì che aspetta, questo vuol dire che non muore mai niente.» Sethe guardò Denver dritta negli occhi. «No, non muore mai niente», le rispose.

Matteo Marchesini, Teoria come critica: Franco Brioschi, “Snaporaz”, 11 marzo 2025

Dopotutto, esemplifica ottimamente Brioschi, quando diciamo che “la betulla è la fanciulla dei boschi” conosciamo bene i motivi per cui questa metafora funziona, e per cui ci sembra invece sbagliata una frase come “la betulla è la matrona dei boschi”. Il fatto è che la nostra interpretazione non è mai meccanica e passiva: integra momento per momento la decifrazione con l’immaginazione e con le conoscenze in apparenza più remote, e lo fa nella scienza e nella vita non meno che nell’arte.

Javier Marías, Berta Isla, 2017

Anche Berta, come Tomás, sembrava sapere, fin dall'inizio, a che tipo di persona apparteneva, a che tipo di ragazza e donna futura, come se mai avesse dubitato che il suo era un ruolo da protagonista, non secondario, almeno nella propria vita. Ci sono persone, invece, che si vedono già come comparse, perfino nella propria storia, come se fossero nate con la consapevolezza che, per unica che sia ciascuna vita, la loro non meriterà di essere narrata, o vi si farà cenno solamente quando si narrerà quella di un altro, più avventurosa e degna di nota. Nemmeno come intrattenimento in un lungo dopopranzo o in una serata accanto al fuoco senza sonno.

Marco Drago, Innamorato, 2023

Ancora oggi mi chiedo come mi figurassi all'epoca lo svolgimento da manuale di una storia di seduzione: faccio il gentile e il simpatico ma sempre da amicone cameratesco e poi? Cosa doveva succedere, secondo me, a un certo punto, per far sì che si arrivasse al sesso o all'amore o a entrambi? Che razza di idee avevo in testa? Niente da fare, non se ne viene mai a capo, quando ci mettiamo a discutere con i noi stessi ragazzi. Non esiste nulla di solido, in quella versione di noi stessi, non esiste nemmeno un punto dal quale partire, è come voler afferrare e stringere nel pugno del vapore acqueo.

Ugo Cornia, Il mio amico Bill Clinton, 2025

Aspetta, Bill, che vado in cucina a farmi un caffè, ovviamente soltanto per me perché lui era troppo piccolo per bere il caffè, e quindi mi alzavo per andare in cucina e andavo su e giù tra la sala e la cucina, che erano due stanze praticamente di fronte, per cinque minuti che ci voleva a fare il caffè, e l'avevo visto che quando io andavo in cucina Bill si alzava e scuriosava tutto quello che c'era appoggiato sui mobili della sala, e quindi io mi alzavo e andavo a preparare la caffettiera e accendevo il gas e Bill si alzava e scuriosava, io tornavo due minuti sulla poltrona e anche Bill si rimetteva a sedere in poltrona e finivamo il pezzo di chiacchiera precedente, io mi rialzavo e tornavo in cucina che avevo sentito che il caffè stava venendo su e Bill si rialzava a scuriosare, io avevo tolto dal gas il caffè e l'avevo messo nella tazza e tornavo con la mia tazza di caffè a sedermi in poltrona e Bill mollava i suoi scuriosamenti e tornava a sedersi in poltrona, e questo mi dava l'idea della velocità e della quantità degli eventi mentali della testa di Bill in particolare, ma anche della testa più o meno di tutti quelli che hanno la sua età, che hanno questa miriade di pensieri piccolissimi uno dietro l'altro, quindi se io mi alzavo a preparare la caffettiera e ci mettevo ventotto secondi, quelli che nella mia testa erano ventotto secondi, cioè il tempo che ci vuole per mettere il caffè nella caffettiera, metterci l'acqua e riavvitarla, e io ho detto ventotto secondi nella mia testa ma non erano nella mia testa, quanto piuttosto fuori dalla testa nel sistema mani-caffettiera-rubinetto-polvere di caffè-gas, quei ventotto secondi, a stare fermo in poltrona a non fare niente, nella testa di Bill diventavano mille milioni di minuti, una vera immensità inaffrontabile, per cui doveva alzarsi a scuriosare in modo che succedesse qualcos'altro nella sua testa, che poi con quelli più piccoli, alla fine, a guardarli rivedi e ripassi le tue fasi precedenti e ti fai la tua ricapitolazione privata di ogni stadio della tua vita.

Virginia Woolf, Il valore della risata, 1905

In passato si pensava che la commedia rappresentasse i difetti della natura umana e la tragedia ritraesse gli uomini più grandi di quanto siano. Per dipingerli come veramente sono, si deve, a quanto pare, trovare una via di mezzo tra le due, e il risultato è o qualcosa di troppo serio per essere comico, o di troppo imperfetto per essere tragico, e questo possiamo chiamarlo umorismo.

W.G. Sebald, Austerlitz, 2001

A differenza di Elias, il quale stabiliva sempre un collegamento tra malattia e morte da una parte e prova, giusta punizione e colpa dall'altra, Evan raccontava di morti che, colpiti anzitempo dal destino, sapevano di essere stati defraudati di ciò che spettava loro e cercavano quindi di ritornare in vita. Chi aveva occhio per queste cose, non di rado riusciva a vederli. A tutta prima sembravano persone normali, ma se li si fissava con particolare attenzione, i loro volti sparivano o tremolavano un poco ai bordi. Inoltre, erano quasi sempre di una spanna più piccoli di quanto non fossero da vivi, perché l'esperienza della morte, sosteneva Evan, ci rimpicciolisce, esattamente come una stoffa nuova, quando la si lava per la prima volta, si restringe.

Roberto Bolaño, Il ritorno, 2001

Quando uno muore il mondo reale si muove un pochino e questo contribuisce alla sensazione di nausea. È come se all'improvviso ti mettessi degli occhiali con un'altra gradazione, non molto diversa dalla tua, ma differenti. E la cosa peggiore è che sai che sono i tuoi occhiali quelli che hai preso, non degli occhiali sbagliati. E il mondo reale si muove un pochino a destra, un pochino in basso, la distanza che ti separa da un determinato oggetto cambia impercettibilmente, e questo cambiamento uno lo percepisce come un abisso, e l'abisso contribuisce alle vertigini, ma anche questo non importa.

David Wallace-Wells, “New York Magazine”, settembre 2017

Molti degli scienziati con cui ho parlato pensano che il riscaldamento globale sia la soluzione al famoso paradosso di Fermi: se l’universo è così grande, perché non abbiamo mai incontrato nessun’altra forma di vita intelligente? La risposta, secondo loro, è che l’arco di vita naturale di una civiltà potrebbe essere qualche migliaio di anni, e quello di una civiltà industriale forse solo qualche centinaio. In un universo che ha miliardi di anni, con sistemi solari così lontani tra loro nello spazio e nel tempo, forse le civiltà nascono, si sviluppano e si soffocano da sole troppo rapidamente per potersi incontrare. Peter Ward, uno dei paleontologi che hanno scoperto che le estinzioni di massa sono state provocate dai gas serra, lo chiama il “grande filtro”: «Le civiltà nascono, ma c’è un filtro ambientale che le fa estinguere e scomparire molto rapidamente», mi ha detto. «Se pensiamo alla Terra, il filtro in passato sono state le estinzioni di massa». Quella che stiamo vivendo oggi è appena cominciata, e molte cose dovranno ancora morire.

Gilda Policastro, Dritto in fondo, dopo il terminal 1, “Snaporaz”, 19 ottobre 2024

è solo quando sono molto stanca
che scrivo versi
come se l’andare a capo
fosse un sedativo blando
o, al contrario, l’estremo sforzo    al decollo
quando le luci si sono abbassate
come poi all’atterraggio       ho pensato
alla morte come nelle poesie brutte
dove la metafora è espressa o
spiattellata con le parole che irritano
i romanzieri: clangore tonanti - e poi descrivono cieli e fiori

Mircea Cărtărescu, Solenoide, 2015

E all'improvviso, là, nella sala professori vuota, concreta, con il suo grande tavolo coperto con un telo rosso, con il suo armadio per i registri, con i suoi ritratti sporcati dalle mosche, mi ha colto un terrore che nemmeno nei miei sogni più spaventosi ho mai provato; non di morte, né di sofferenza, né di orribili malattie, né dello spegnimento dei soli; il terrore al pensiero che non capirò, che la mia vita non è stata sufficientemente lunga e la mia mente sufficientemente abile per capire. Che mi sono stati dati tutti gli indizi e non ho saputo leggerli. Che marcirò anch'io per niente, nei miei peccati e nella mia stupidaggine e nella mia ignoranza, mentre il fitto, intricato, pressante enigma del mondo perdurerà, limpido, naturale come il respiro, semplice come l'amore e che sfocerà nel nulla, immacolato e insoluto.

Charles Chaplin, La mia autobiografia, 1964

Sarah Bernhardt recitava al teatro di varietà Orpheum. Era, naturalmente, molto vecchia e alla fine della carriera, e non posso dare un giudizio equilibrato della sua recitazione. Ma quando la Duse venne a Los Angeles nemmeno l'età e la fine incombente poterono oscurare il fulgore del suo genio. L'accompagnava un'eccellente compagnia italiana. Prima della sua entrata in scena un giovane e bell'attore fornì una prestazione superba, tenendo magnificamente il palcoscenico. Come avrebbe fatto la Duse a superare la straordinaria prestazione di questo giovanotto?
Poi, dal fondo del palcoscenico, all'estrema sinistra, la Duse entrò in scena sbucando da un archivolto, piano piano, quasi senza farsi notare. Si fermò dietro un cestello di crisantemi bianchi che troneggiava su un pianoforte a coda e, silenziosamente, cominciò a rimetterli a posto. Un mormorio percorse la platea, e la mia attenzione lasciò immediatamente il giovane attore per concentrarsi sulla Duse. Ella non guardò né il collega né alcuno degli altri personaggi, ma continuò silenziosamente a disporre i fiori nel cestello e ad aggiungerne altri che aveva portato con sé. Quand'ebbe finito attraversò diagonalmente il palcoscenico, sedette in una poltrona accanto al caminetto e guardò il fuoco. Solo una volta fissò il giovanotto, e quell'occhiata racchiudeva tutta la saggezza e il dolore della umanità. Poi continuò ad ascoltare e a scaldarsi le mani: quelle mani così belle, così sensibili.
Dopo il veemente discorso di lui, ella parlò pacatamente guardando il fuoco. Non c'era traccia d'istrionismo; la sua voce veniva dalle ceneri di una tragica passione. Non compresi una parola, ma mi resi conto di essere alla presenza della più grande attrice che avessi mai visto.

Clarice Lispector, La passione secondo G.H., 1964

No, neppure la domanda io avevo saputo fare. Tuttavia la risposta mi si era imposta fin dalla nascita. Era stato a causa della risposta continua che io, in percorso inverso, ero stata costretta a cercare a quale domanda la risposta corrispondeva. Mi ero allora perduta in un labirinto di domande, e facevo domande a casaccio sperando che almeno una per combinazione corrispondesse a quella della risposta, e che io a quel punto potessi capire la verità.
Ma io ero come una persona che, essendo nata cieca e non avendo accanto a sé nessuno in possesso della vista, una persona che non avesse avuto la possibilità di fare domande a proposito della vista: non avrebbe perciò saputo dell'esistenza del vedere. Ma, dato che la vista esisteva effettivamente, sebbene quella persona di per sé non lo sapesse e non ne avesse mai sentito parlare, quella persona se ne sarebbe rimasta lì ferma, inquieta, vigile senza poter domandare su ciò di cui non sapeva l'esistenza - lei avrebbe sentito la mancanza di ciò che avrebbe dovuto essere suo.

Cristina Battocletti, Epigenetica, 2023

Raramente mi piacciono i maschi, visto che vincono sempre, la prosopopea del saper fare e saper dire. Una noia preventiva, l'incognita di essere appollaiata in un gioco di seduzione. Mi piace invece guardare con ammirazione le femmine, belle e brutte, i loro stomaci contratti per sembrare più magre, il velo di rughe che copre loro gli occhi prestissimo a forza di dovere fare sempre i conti con l'inferiorità di protocollo o con i mezzucci sempiterni del bamboleggiare, dell'istupidirsi, dell'avvilirsi per essere accettate.

Edoardo Albinati, Velo pietoso, 2024

Scrivere sulla malefica ossessione identitaria che affligge individui, società e nazioni. Una volta per tutte: al diavolo l'identità! che può essere al massimo una finzione giuridica.
Non ascoltare neanche per un istante l'insensato e borioso slogan: “Sii te stesso”.

Franz Kafka, Otto quaderni in ottavo, 1917-1918

L’uomo non può vivere senza una perenne fiducia in qualcosa d’indistruttibile in sé, la qual cosa non esclude che, sia tale fiducia, sia quell’elemento indistruttibile, gli possano restare perennemente nascosti. Uno dei modi coi quali può esprimersi questo nascondimento è la fede in un Dio personale.

Louis Napoléon Geoffroy-Chateau, Napoléon et la conquête du monde. 1812-1832, 1836

È una delle leggi fatali dell'umanità che niente raggiunga mai il proprio scopo. Tutto rimane incompiuto e manchevole, gli uomini, le cose, la gloria, la fortuna e la vita.
Legge terribile, che uccide Alessandro, Raffaello, Pascal, Mozart e Byron prima dei trentanove anni! Legge terribile che arresta la parabola di ogni popolo, di ogni sogno, di ogni esigenza prima che sia giunta al culmine! In quanti hanno sospirato per le loro speranze infrante, supplicando il Cielo di esaudirle!
E se Napoleone Bonaparte, schiacciato da questa legge fatale, fosse stato malauguratamente sconfitto a Mosca, rovesciato a meno di quarantacinque anni, per andare a morire su di un'isola-prigione, in mezzo all'oceano, non sarebbe questa una cosa da far venire le lacrime agli occhi a chiunque si trovasse a leggere una storia del genere?

Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, 2009

Il primo è un modo di pensare razionale, il secondo magico. Possiamo sostenere che diventare adulti, cosa che la psicoanalisi dovrebbe aiutare a fare, significhi abbandonare il pensiero magico per quello razionale, ma possiamo anche sostenere che non si debba abbandonare niente, che ciò che è vero su un determinato piano mentale non lo sia su un altro, e che si debbano abitare tutti i piani, dalla cantina alla soffitta.

Pier Paolo Pasolini, Petrolio, 1975

Dopo un po' (per quanto belle le relazioni col cosmo sono di breve durata: sono poco utili, fanno perdere altre cose, il tempo, il sonno ecc., così ragionevolmente necessarie. La sincerità del rapporto col cosmo si esaurisce presto: tende a trasformarsi subito in un atto di omaggio, in un doveroso raccoglimento, da cui l'uomo cerca di liberarsi, reprimendo ipocritamente la propria impazienza, come un bambino dalle lezioni di religione), Carlo riprese il cammino, rifù a casa, si spogliò, si infilò nel letto.

Francesco Pecoraro, I ritornanti di Roma, “Snaporaz”, 14 gennaio 2025

Questo paese non si riprende facilmente i giovani espatriati, non riescono a reinserirsi, si ritrovano come in piedi su un autobus dove tutti gli altri sono seduti, magari scomodamente, gli uni sopra gli altri, aggrappati allo spazio che hanno lottato per ottenere, e ora non mollano: nessuno ti guarda, ti prende in considerazione, nemmeno se hai vinto il Nobel ti danno un posto da bidello in una scuola di periferia: tornano e scrivono a queste e a quell’altra istituzione-università-azienda, anzi lo fanno prima di tornare: nessuno, dico nessuno, risponde.

Inès Cagnati, Genie la matta, 1976

C'è stato quel giovedì in cui siamo andate a vendemmiare da Antoine. Sul momento non ho fatto caso a quel giorno più che agli altri, perché mai niente ti avverte che stai vivendo un giorno particolare, un inizio e una fine, nemmeno se è l'inizio di qualcosa di bello, perché certe cose sembrano normali o belle e poi dopo ti accorgi che diventano tremende.

Aldo Busi, Suicidi dovuti, 1996

Si è liberi veramente quando ci si può suicidare senza arrecare danno o dolore o rimpianto a nessuno: la libertà è la forma intermedia della solitudine, il suicidio la forma estrema dell'unica compagnia che ti è rimasta.

Irmgard Keun, Dopo mezzanotte, 1937

Lui non le vede neppure. Oltre a Heini, c’è un altro uomo che non si accorge minimamente di queste metamorfosi, e quest’uomo è Algin. Dopo aver conosciuto Liska – come solo un uomo che ci ha vissuto per anni e che per anni ci ha dormito insieme può conoscere una donna –, Algin ha smesso di conoscerla. Succede come quando leggi una poesia meravigliosa e la impari a memoria, un po’ per entusiasmo e un po’ per volerla recitare ad alta voce. E poi, quando l’hai imparata a memoria, allora puoi cominciare lentamente a dimenticarla di nuovo. Di solito va così.

Ottessa Moshfegh, McGlue, 2014

Non credo nel diavolo, sia ben chiaro. Penso che il diavolo sia solo una storia per spaventare i bambini in modo che si comportino bene. E penso che dovremmo avere più rispetto l'uno dell'altro piuttosto che usare la paura per arrivarci. Le persone sbagliano, certo, è umano. Solo Dio è perfetto, il resto è una merda, scusa il linguaggio. E allora di chi è la colpa? Per quello sono dalla parte della difesa, mi viene naturale. Non tutti meritano di essere condannati.

Heinrich Mann, L'odio, 1933

Ricordiamo ancora tutti gli anni Novanta come un periodo di grande chiarezza intellettuale. Non ci si dava la disonorevole pena di sostenere l’insostenibile. Si sapeva che ogni azione era in fondo immorale e quindi si disprezzavano in particolar modo i politici. Con la mente e con il cuore si sposava la causa di chi soffriva. Georg Hauptmann, il poeta che salì alla ribalta in quel periodo, doveva il meglio del suo talento alla capacità di compatire.

Giovanni Mariotti, Il Faraone Anguilla, 2024

La maggior parte degli uomini di potere sono dei tossici. Amasi no: ha avuto cura di mantenere la spontaneità, sia la sua sia quella del popolo.
Quarantaquattro anni è durato il suo regno; una lunga sospensione prima che l'Egitto andasse in rovina.
Nessuno si è accorto che si è trattato di uno dei periodi più belli, nella storia dell'Egitto.
I sacerdoti si lamentavano perché l'antica fede s'illanguidiva, gli artisti perché l'arte decadeva, i generali perché lo spirito guerriero sembrava morto, i nobili perché non c'era più nobiltà, i mercanti e i contadini perché le tasse erano troppo alte.
Ma fra un lamento e l'altro, fra alti e bassi, fra piccoli successi e piccoli fallimenti, la vita scorreva tranquilla nelle ventimila città.

Georges Didi-Huberman, Devant le temps, 2000

Di fronte a un’immagine, per quanto antica possa essere, il presente non smette mai di riconfigurarsi […]. Di fronte a un’immagine, per quanto recente, contemporanea possa essere, il passato al tempo stesso non smette mai di riconfigurarsi, perché quell’immagine diventa possibile solo in una costruzione della memoria, se non dell’ossessione. Di fronte a un’immagine, infine, dobbiamo riconoscere con umiltà che essa probabilmente ci sopravvivrà, che siamo noi l’elemento fragile, passeggero, e che è l’immagine l’elemento futuro, l’elemento della durata. L’immagine ha spesso più memoria e più avvenire di chi la guarda.

Thomas Bernhard, Ja, 1978

Ora, dopo questa spiegazione, posso parlare della compagna dello svizzero, cioè della persiana, e fare almeno il tentativo di fissarne il ricordo, anche se questo può avvenire solo in modo frammentario e lacunoso e come tutto ciò che si scrive nemmeno lontanamente in maniera esauriente e completa, dopo che negli ultimi tempi ho cercato tante volte di cominciare senza mai riuscirci. Ma tutto ciò che deve essere scritto deve sempre essere ripreso da capo e sempre ritentato, finché almeno una volta riesce approssimativamente, anche se mai in maniera soddisfacente. E fosse pure inutile, fosse pure terribile, fosse pure senza speranza, tuttavia si dovrebbe sempre provare quando abbiamo un oggetto che ci tormenta di continuo con il massimo accanimento e non ci lascia in pace. Pur essendo coscienti che assolutamente nulla è certo e assolutamente nulla è completo, dobbiamo, anche nella massima insicurezza, e coi più fondati dubbi, cominciare e portare avanti ciò che ci siamo proposti.

Gerard Basil Edwards, Il libro di Ebenezer Le Page, 1981

Le ho detto che doveva farsi visitare da un medico. «Il dottore non serve a niente» ha risposto. «Forse può servire a qualcosa» ho detto. «È la volontà di Dio» ha detto. Quando mia madre diceva «È la volontà di Dio», sapevo che discutere era tempo perso. Spesso mi sono interrogato sulla religione di mia madre: com’era diversa da quella di Tabitha! Tabitha frequentava la Church con i Priaulx e qualche volta accompagnava mia madre alla funzione; non sono così sicuro che appartenesse a una religione precisa. Aveva fede, non so in cosa o come. Nella vita ha sofferto, eppure non credo che sia mai stata davvero infelice. Era come se sapesse che ogni cosa, in fondo, è una cosa buona. Vorrei pensarla anch’io così.

Cesare Pavese, La luna e i falò, 1950

Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l'ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto.

Milan Kundera, L'immortalità, 1990

Riaffiorò il ricordo del padre. Dal momento in cui l'aveva visto indietreggiare davanti a due ragazzi di dodici anni, lo aveva immaginato spesso in questa situazione: è su una nave che affonda; le scialuppe di salvataggio sono poche e non ci sono posti per tutti; perciò in coperta c'è una ressa furibonda. Il padre in un primo momento fugge con gli altri verso la murata, ma quando vede che tutti si urtano, pronti a calpestarsi, e quando infine una signora furiosa lo colpisce con un pugno perché lui le impedisce di passare, improvvisamente si ferma e poi si mette in disparte. E alla fine resta a guardare, mentre le scialuppe stracolme di gente che urla e bestemmia calano lentamente fra le onde burrascose.
Che nome dare all'atteggiamento del padre? Vigliaccheria? No. I vigliacchi temono per la loro vita e quindi per la vita sanno anche battersi furiosamente. Nobiltà? Di questa si sarebbe potuto parlare se avesse agito così per riguardo verso il prossimo. Ma Agnes non credeva in questa motivazione. Di che si trattava dunque? Non sapeva rispondere. Di una cosa sola era sempre stata sicura: su una nave che affonda e dove è necessario battersi con altra gente per poter salire sulle scialuppe di salvataggio, il padre sarebbe stato condannato a morte in partenza.
Sì, questo era certo. La domanda che ora si poneva era la seguente: suo padre provava odio per la gente sulla nave, così come lei lo aveva provato per la motociclista o per l'uomo che l'aveva derisa perché si copriva le orecchie? No, Agnes non riesce a immaginarsi suo padre capace di odiare. L'inganno dell'odio sta in questo, che ci lega al nostro avversario in uno stretto abbraccio. Qui sta l'oscenità della guerra: l'intimità del sangue reciprocamente mescolato, la lasciva vicinanza di due soldati che si trafiggono guardandosi negli occhi. Agnes era certa che proprio quell'intimità faceva ribrezzo al padre. La ressa sulla nave gli ripugnava a tal punto che preferiva annegare. Trovarsi a contatto fisico con uomini che cercano di spingersi via l'uno con l'altro e di mandarsi a morte a vicenda gli sembrava molto peggio che finire la vita da solo nella limpida purezza delle acque.

Ludwig Wittgenstein, Sull'etica, 1929

Sappiamo tutti cosa si direbbe un miracolo nella vita normale. È ovviamente solo un evento di cui non abbiamo ancora mai visto l’uguale. Supponiamo ora che un evento simile si verifichi. Supponiamo che a uno di voi cresca improvvisamente una testa di leone e cominci a ruggire. Sarebbe certamente una cosa straordinaria davvero. Ora, una volta rimessici dalla sorpresa, la prima cosa che suggerirei sarebbe di chiamare un dottore e di fargli esaminare il caso in modo scientifico, e, se non fosse per non fargli male, vorrei che fosse vivisezionato. Ma dove se ne sarebbe andato il miracolo? È chiaro infatti che se osserviamo le cose in questo modo, tutto quello che c’è di miracoloso sparisce, a meno che intendiamo per «miracoloso» solo ciò che la scienza non ha ancora spiegato, il che vuol dire, di nuovo, che non siamo finora riusciti a raggruppare questo fatto insieme con altri in un sistema scientifico. Questo mostra come sia assurdo dire che «la scienza ha provato che non ci sono miracoli». La verità è che il modo scientifico di guardare un fatto non è il modo di guardarlo come un miracolo.

Niles Eldredge, conferenza Modena, 19 settembre 2010

Su una più vasta scala, i grandi disastri ambientali scatenano eventi di estinzione di massa: fino a oggi ne conosciamo cinque nel corso di altrettanti miliardi di anni di storia della vita. L’estinzione di massa del Permiano-Triassico, circa 245 milioni di anni fa, potrebbe aver eliminato nientemeno che il 96 per cento delle specie allora al mondo; e considerare come tutta la varietà delle forme di vita oggi presenti sulla Terra discenda probabilmente da non più che il 4 per cento della varietà genetica sopravvissuta a quest’estinzione di massa sottolinea quale ruolo giochi il caso sulla vasta scala. Facciamo un esempio: se i dinosauri non fossero spariti con l’estinzione di massa del tardo Cretaceo, circa 65 milioni di anni fa, i mammiferi non si sarebbero evoluti nella gran varietà in cui li conosciamo, e noi stessi non saremmo qui a parlarne!

Giorgia Tribuiani, Guasti, 2017

Il collezionista.
Già. E sa cosa mi diceva?
Il vigilante scosse la testa.
Mi diceva: l’uomo è la più bella opera d’arte che esista al mondo.
Oh, Giada.
Sa, io non lo credo.
Cosa?
Io non credo che l’uomo sia un’opera d’arte, e vuole sapere perché? Perché l’arte è un prodotto dell’uomo, il segno tangibile della sua grandezza, certo, ma anche della sua fragilità. Arte è solitudine, il tentativo di fermare qualcosa di vero e la speranza che qualcuno si fermi a guardarlo. Arte è prendere il proprio dolore, la propria disperazione, e provare a convertirli in bellezza, trovare al male un senso e una posizione; una giustificazione. Arte è comprendere di essere di passaggio, gratuiti, superflui, e non saperlo o volerlo accettare. Arte è non farsi bastare questo mondo ed essere così arroganti da voler creare altra esistenza, e respirare quello e vivere di quello. Arte è una parola: la dicono i critici con gli occhi dietro gli occhiali e un corpo plastinato davanti e la fanno diventare realtà. Potrebbero dirlo adesso, registrare queste mie frasi e dire accorrete, questa è arte, venite a sentire, ma il mio discorso resterebbe solo un mucchio di pensieri storti in cerca di un orecchio capace di ascoltare.

Heinrich Böll, Assedio preventivo, 1979

«Ebbene, non sembra proprio che sia così terribilmente fedele».
«Certo che lo è - anche Veronica è fedele. Questo è la cosa terribile in loro, questo le mette tutte in questa situazione disperata. Non possono lasciare, non possono desistere. E se Sabine fosse soltanto stata infedele a Fischer non soffrirebbe così - lo considererebbe un passo falso, si confesserebbe - e via. In fondo è anche fedele a se stessa... non può uscire dalla propria pelle e adesso è fedele all’altro. È il tipo che si lascia spezzare il cuore per fedeltà - se soltanto sapessi chi è - lei dice che vuole lavorare, vivere in qualche posto nell'anonimato, e lavorare...»

Vitaliano Trevisan, I quindicimila passi, 2002

Chissà, forse un giorno si scuseranno anche per questo e, quando sarà passato abbastanza tempo, arriverà un Papa che chiederà scusa e tutto sarà a posto. La Chiesa risponde solo a se stessa, pensavo, e il tempo della Chiesa è un tempo diverso, un tempo senza tempo, un tempo che si riferisce all'eternità, il tempo di chi gestisce l'eternità, e facendo riferimento all'eternità, allora ha senso anche chiedere perdono ora per qualcosa commesso centinaia di anni fa, perché cento, duecento, cinquecento anni fa sono un attimo fa e il presente è sempre un presente assolutamente relativo, ininfluente, dunque lasciare che le cose, le case, i palazzi eccetera vadano in malora, è in realtà un opportuno aspettare, un saggio attendere. Quando non importa, ma il tempo giusto verrà, il rizoma produrrà il suo germoglio e tutto acquisterà un senso, anche ciò che ora, adesso, non ha senso. Inutile l'insinuarsi nelle nostre teste della domanda: ma perché proprio adesso questo adesso?, perché proprio ora? Inutile porre la questione di una qualche responsabilità, al presente come al passato: si tratterebbe, comunque e sempre, di una questione riguardante una responsabilità contingente, posta a una istituzione che si fonda su un assoluto che contingente non può mai essere, essendo sempre, in ogni caso e momento, assoluto. Vada dunque tutto in malora.

Patricia Highsmith, Quando a Mobile sbarcò la flotta, 1970

Si sentiva talmente felice da aver voglia di piangere. Perché era così bello? si domandò, con la musica nelle orecchie e le mani strette intorno alla pertica di metallo, e quel piccolo volare e quel piccolo sprofondare e tutto così bello... La gola le si strinse, ed ella aprì gli occhi, vedendo una macchia di alberi neri e puntini luminosi che balenavano e alcune figure all'impiedi ai bordi della giostra, sorridenti. Dov'erano i suoi genitori? Voleva fargli ciao. Poi le sue spalle si strinsero come se fosse stata colpita, e le lacrime sgorgarono agili dai suoi occhi, poiché si rese conto che era solo essere piccoli, con i genitori che le facevano ciao con la mano e le gridavano di reggersi forte, era solo essere a cavalcioni di quel cavallo e con l'abituccio corto e finire a letto nel giro di un'ora, ed essere troppo piccina per raggiungere con le dita dei piedi il fondo del letto, e l'indomani alzarsi e mettersi sui sedili posteriori della macchina e chiedere al padre “Dove pensi che dormiremo stanotte, papà?”, era semplicemente questo che era meraviglioso, e adesso era tutto, tutto finito per sempre.

Olga Tokarczuk, Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, 2009

A volte mi capitava di entrare in chiesa e di stare seduta in pace con le persone. Mi è sempre piaciuto il fatto che le persone stanno insieme e non sono obbligate a parlarsi. Se potessero chiacchierare, comincerebbero subito a raccontarsi scemenze, pettegolezzi, comincerebbero a inventare e a darsi un tono. Così invece se ne stanno sedute nelle file, ciascuna immersa nei propri pensieri, rivedono nella mente le cose appena accadute, e immaginano che cosa accadrà ancora di lì a poco. In questa maniera controllano la propria vita. Come tutti, mi sedevo su una panca e piombavo in una sorta di dormiveglia. Pensavo pigramente, come se i pensieri mi arrivassero dal di fuori, dalle teste delle altre persone, o forse dalle teste di legno degli angeli posti lì vicino. Mi veniva sempre in mente qualcosa di nuovo, di diverso da come mi sarebbe venuto a casa. In questo senso la chiesa è un buon posto.

Ubaldo Berti, Giovanissimo Holden, “Snaporaz” 12 ottobre 2024

Io mi sento un po’ a disagio, perché il mio aspetto non comunica niente di artistico. Ancora una volta il mio senso di non valore letterario mi sta avviluppando, così arraffo un tovagliolino di quelli semitrasparenti e ci scrivo sopra qualche appunto con espressione severa e ispirata, poi però mi scordo di averlo fatto e mi ci pulisco la bocca, l’inchiostro blu si confonde con la marmellata ai frutti di bosco del cornetto integrale e dai miei scarabocchi emerge per un assurdo impasto combinatorio-oracolare la frase “non sai scrivere, vieni a lavorare in ditta finocc”, incompiuta ma eloquente.

Richard Yates, Revolutionary Road, 1961

Non credo di essermi mai sentita più annoiata e depressa e stufa in vita mia dell’altra sera. Ci mancava solo tutta quella storia sul figlio di Helen Givings, e hai visto come ci abbiamo tutti sguazzato dentro come porci; ricordo che ti guardavo e pensavo: “Dio, se solo la piantasse di blaterare”. Perché tutto quello che dicevi era basato su quella che è la nostra premessa fondamentale, che noi siamo qualcosa di diverso e superiore, e io avevo una gran voglia di dire: “Ma non lo siamo! Ma guardaci! Siamo tali e quali la gente di cui stai parlando! Siamo la gente di cui stai parlando!”.

Enzo Fileno Carabba, Vite sognate del Vasari, 2021

Alcuni dicono che fu arrogante, ma più che altro tendeva a essere insoddisfatto. se qualcosa non gli tornava nell'opera che stava dipingendo, magari per una critica ricevuta da qualcuno, o da una parte maligna di se stesso, la abbandonava. In certi casi la buttava in Arno. Come abbia fatto Cimabue nato in un secolo così grossolano a salire tanto in alto non lo sa nessuno, anche se a volte i secoli sono meno grossolani di quello che sembra. Giotto e Gaddo Gaddi erano i più abili a ripescare le opere di Cimabue dal fiume. A volte la gente li vedeva in acqua, pensava cercassero pesci invece cercavano di recuperare un quadro del maestro prima che si sciogliesse per sempre.

Cormac McCarthy, Stella Maris, 2022

Nemmeno io. Mi sta chiedendo se l'abbiamo fatto?
L'avete fatto?
No.
Cos'altro?
Sull'argomento?
Sì.
Molto probabilmente l'amore è di per sé un disturbo mentale.
È una battuta?
No.
Crede sia così?
Probabile. Forse no. A volte. La letteratura non è molto incoraggiante. L'esperienza nemmeno.

Uwe Johnson, Congetture su Jakob, 1959

Non riesco a immaginarlo: ripeté in silenzio Jakob, tra sé e sé, divertito come se avesse pensato tra sé e sé: la “Libertà” è più che altro il concetto di qualche cosa che manca, in questo senso: che non c'è. Uno, quando viene al mondo, quando parla di se stesso dice Io, e questo per lui è ciò che conta di più, ma si ritrova anche insieme con molti altri che sono venuti al mondo prima di lui, deve fare i conti con loro, per quanta importanza si dia; e nessuno è tanto libero da riuscire a eliminare le leggi della fisica per la sua persona. In quanto essere vivente, in quanto sono un essere sociale e naturale (io sono un...), tutto è ampiamente prestabilito. E questa è certo una concezione del mondo dal punto di vista Io, «ma questo Io non è inteso come libertà, fintanto che si pensa che l'uomo (i nostri uomini, le masse), come la guida dello stato, è determinabile secondo una schema elementare di causalità», e quindi avrebbe potuto parlare anche della situazione dell'economia agricola.

Neige Sinno, Triste tigre, 2023

A una domanda che tentava di individuare le ragioni per cui i soldati commettono le peggiori angherie nei luoghi dei conflitti, una volta mi è capitato di sentire un grande storico esperto delle due guerre mondiali rispondere: perché possono farlo. È una risposta che potrebbe sembrare banale, ma lui la diceva con profonda malinconia, risultato di una vita passata a indagare la guerra, il male, la violenza. Stuprano perché possono farlo, perché la società gli dà quella possibilità, perché qualcuno li ha autorizzati, e quando un uomo ha il permesso di stuprare, stupra.

Agnes Heller, Biopolitica e libertà, 2003

Che cosa è dunque naturale? Lo sono le epidemie o le carestie? Più precisamente si può domandare: essere naturale significa trovarsi in uno stato o possedere un funzionamento indipendenti dalla volontà o dalle azioni umane? Così precisata la domanda, quasi nulla può dirsi naturale eccetto la giungla e forse il deserto vergine. Ma si può anche definire naturale ogni relazione tra cause ed effetti che si sviluppano nella natura organica e inorganica (anche se questa è di per sé una tautologia). Se è così, tutto quanto può dirsi naturale: persino la clonazione, i reattori nucleari e le epidemie, così come l'arrestarsi del contagio in seguito a vaccinazioni o ad altri interventi. Se le cose stanno così, la domanda riguardante ciò che è naturale e ciò che non lo è risulta semplicemente priva di senso: o meglio, è questione di scelta.

David Markson, L'amante di Wittgenstein, 1988

Una volta qualcuno chiese a Robert Schumann di spiegare il significato di un certo brano musicale che aveva appena eseguito al pianoforte.
Ciò che Robert Schumann fece fu risedersi al piano e suonare il brano da capo.

Daniela Ranieri, Stradario aggiornato di tutti i miei baci, 2021

E l'anima? L'anima resta fuori da questo scambio, da questo travaso? L'anima ce la teniamo stretta: i corpi combaciano, tutt'al più si penetrano, ma le anime restano sigillate, e così ce ne andiamo dal mondo: come barattoli che non si sono mai aperti. L'anima è nei baci, in certi baci: si travasa coi baci...

Giulio Mozzi, Sono l’ultimo a scendere..., 30 marzo 2005

Io prendo il fiato e dico: «Non è vero che il fine giustifichi i mezzi. Più precisamente: non solo non è vero che qualunque fine giustifica qualunque mezzo, ma è vero invece che nessun fine giustifica qualunque mezzo. Ciò detto, sarebbe l’ora di finirla non solo con questa machiavellica storia del fine che giustifica, cioè rende giusti i mezzi, ma anche con un’altra storia, che con questa ha una parentela stretta, benché segreta. E cioè che vi siano fini che sono giusti in sé, indipendentemente dai mezzi. Ahimè no: non solo non è il fine che da solo decide della giustezza dei mezzi, ma sono anche i mezzi che decidono, in quanto mezzi (per esempio nella loro disponibilità o indisponibilità), della giustezza del fine. Il che non significa affatto, e qui concludo, che purché siano giusti i mezzi, ogni fine con essi conseguito è giusto. È chiaro?».

Guido Morselli, Dissipatio H.G., 1973

La fine del mondo?
Uno degli scherzi dell'antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell'uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi. Il vecchio Montaigne, sedicente agnostico, si schierava coi dogmatici, coi teologi: «Ainsi fera la mort des autres choses notre mort».
Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro.

Georges Simenon, Il dottor Bergeron, 1937

Aveva davvero accettato il suo destino una volta per tutte? E se la sua leggerezza fosse derivata proprio dal fatto di non averci creduto fino in fondo? Lui era là, a casa sua, o nella sua strada, nella sua parrocchia, dai suoi pazienti, come dal vecchio Hautois o dai Portal, e aveva l'impressione che loro fossero lì realmente, definitivamente, ma che lui fosse solo di passaggio, che non ci credesse, che fosse una cosa provvisoria, non più reale delle immagini che lui stesso creava con il gioco della tapparella.

Ilaria Gaspari, La reputazione, 2024

Mi vergognavo anche, e non a torto, dei cliché in cui incappava la mia fantasticheria; ma che ci potevo fare, era un sogno d'infanzia. Intanto facevo quel che potevo, o che credevo di poter fare. Osservavo, fantasticavo. Mi pareva che il ruolo di scrittrice finalmente avrebbe offerto una giustificazione all'accidia, alla mia scarsa attitudine all'attività, alla lentezza con cui mi trascinavo nella vita, perdendo la metà del mio tempo a cercare di capire che fare dell'altra metà.

Jim Baggott, Origini, 2015

Grazie all'uso del linguaggio e all'impegno dei circuiti neurali implicati nel cervello sociale, i primi esseri umani moderni sono in grado di costruire comunità più ampie. Adesso il limite delle loro dimensioni è determinato solo dalle capacità neurali dei membri. Sulla base di estrapolazioni a partire da relazioni tra le dimensioni dei gruppi sociali e il rapporto tra lobi frontali e dimensioni del cervello sottocorticale nelle antropomorfe, Dunbar stima che in natura le dimensioni massime del gruppo, per gli esseri umani moderni, sia di circa 150 individui. Questo è a volte indicato come “numero di Dunbar”.
Noi oggi naturalmente viviamo in comunità molto più numerose, addirittura in città con milioni di abitanti. Ma non è in questo senso che Dunbar usa il concetto di “comunità”: possiamo benissimo vivere e lavorare in mezzo a un gran numero di persone; ma quante ne conosciamo davvero (e quante ci stanno a cuore)? Quante persone consideriamo parte della nostra famiglia e della nostra cerchia di amicizie (compresi gli amici di Facebook)? E quante di queste sono mere conoscenze, con le quali non abbiamo alcuna autentica relazione? Nei loro studi, gli scienziati hanno spaziato su una gamma molto ampia di comunità diverse - antiche e moderne: continua a emergere il numero 150.

Alain-Fournier, Il grande Meaulnes, 1913

Inspiegabilmente, questa serata che volevo eludere mi pesa. Mentre le ore passano, mentre la giornata sta per finire e io vorrei fosse già finita, ci sono uomini che in essa hanno riposto ogni speranza, tutto il loro amore e le loro ultime forze. Ci sono uomini in punto di morte, altri per i quali incombe una scadenza e vorrebbero non fosse mai domani. Ce ne sono altri per i quali la giornata di domani sorgerà come un rimorso. Altri che sono stanchi, e questa notte non sarà mai abbastanza lunga per dare loro tutto il riposo di cui hanno bisogno. E io che ho sprecato la mia giornata, con che diritto oso invocare il domani?

Filippo Tuena, Memoriali sul caso Schumann, 2015

Ho dovuto raccontare questa storiella a Mackellar perché, da buon scozzese, ignora ogni mito che non sia ossianico. Ed è così romantica quella musica, invece, che ogni volta che l’ascolto penso a Leandro che attraversa di notte l’Ellesponto, guidato dal lume che l’amata Ero accende sulla sponda opposta, e mi viene da piangere. E ripenso agli amori di gioventù, a quel passo ardito che avevo quando andavo a un appuntamento, passo che ho perduto, non perché abbia perduto la capacità d’amare, ma perché me ne vergogno, come se quel sentimento fosse destinato solo alla gioventù.

Colette, Camera d'albergo, 1940

«Non si può rifare una circostanza fortuita, incontrandosi due volte per caso in una cittadina termale. Mi avete detto voi stessa che, in tutta la vostra vita, non avevate mai affittato uno chalet orrendo né ascoltato i consigli di una tal signorina d'Orgeville...»
Poteva continuare, la buona Antoinette. Era meglio che ignorasse che una conflagrazione di coincidenze costituisce una sorta d'impegno, che esiste anche un trantran dell'imprevisto. Una congiuntura ci sembra unica perché non siamo tanto perspicaci da scoprire che essa, vestita a nuovo, si accompagna a un vecchio caso identico...

Iris Murdoch, Under the Net, 1954

Provavo una specie di tristezza confusa. Mi si offriva un mucchio di denaro; e non capivo bene perché lo rifiutassi: ammesso che quel che stavo facendo fosse un rifiuto. Ma quel che era più importante, mi si offriva la chiave di quel mondo in cui il denaro scorre facilmente e in cui con la stessa fatica si possono ottenere risultati enormemente più brillanti: come scaricare il peso da una parte stanca del corpo a un’altra fresca di forze. Quanto alla mia coscienza, avrei potuto sistemarla in pochi mesi. Col tempo avrei potuto guadagnarmi il mio posto in quel mondo, come chiunque altro. Tutto quel che dovevo fare era chiudere gli occhi e avviarmi. Ma perché la strada che vi conduceva sembrava così dura? Ero angosciato. Mi pareva di gettar via la sostanza per l’ombra. Quel che preferivo era un vuoto, di cui non avrei potuto dare nessuna spiegazione comprensibile.

Antonia Pozzi, Pudore, 1° febbraio 1933

Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

Paul Guimard, Un concours de circostances, 1990

Due passeggeri di uno stesso treno, seduti l’uno di fronte all’altro nello stesso scompartimento, non fanno lo stesso viaggio. L’uno interpreta il paesaggio sulla base degli elementi che gli vengono incontro; elementi che l’altro vedrà un attimo dopo, da un’altra prospettiva, sotto un’altra luce, dunque diversi; o che non vedrà affatto se tra lui, osservatore in movimento, e l’oggetto osservato si frapporrà un qualunque ostacolo, per esempio un cavalcavia. Dal canto suo, il passeggero seduto in direzione opposta al senso di marcia scopre un universo che gli occhi del suo dirimpettaio ignoreranno. Somiglia tanto alla mia vita coniugale. Da vent’anni io e Isabelle ci muoviamo insieme nello spazio e nel tempo l’uno di fronte all’altra, più che fianco a fianco. Dubito che vediamo lo stesso paesaggio.

Elizabeth Von Arnim, Un incantevole aprile, 1921

Cosa curiosa, sentiva il desiderio di pensare, e di ciò era stupita più di chiunque altro. Mai prima d’allora aveva provato quel desiderio. Tutto ciò che era possibile fare senza disturbarsi troppo lo aveva fatto, o pensato di farlo, nei diversi periodi della sua vita, ma mai aveva desiderato pensare. A San Salvatore era venuta con uno scopo: rimanere distesa al sole in una sorta di letargo per quattro settimane, in un luogo da cui fossero assenti genitori e amici, nella bambagia dell’oblio da cui sarebbe uscita solo per mangiare. Era lì soltanto da poche ore, ma questo nuovo e strano desiderio si era già impossessato di lei.

Alexander Schnell, “Reportagen”, luglio 2018

Al ritorno da un giro in taxi, un abitante di Raversdorf racconta di aver incontrato un rifugiato, cioè un rifugiato vero che interpreta un rifugiato anche in questo gioco di ruolo. Finora quello era l’unico lavoro che era riuscito a procurarsi in Germania. Sembra che il rifugiato gli abbia anche detto: “Quando ho attraversato il Mediterraneo su un barcone non mi sarei mai immaginato che il mio lavoro in Europa sarebbe stato interpretare un rifugiato”.

Silvio D'Arzo, Casa d'altri, 1952

Starlo a sentire era un po’ un divertimento per me. Beh, anche una cosa triste però. Un poco triste. Voi guardate il vestito di quell’ometto laggiù, impiegato al Comune o anche vedovo, e la prima cosa che vien da pensare è che un giorno è stato nuovo anche lui. E anche l’ometto, s’intende.

Julio Cortázar, Divertimento, 1949

Ci si stufa a vedere che le cose insensate possiedono basi più profonde delle verità scientifiche e che la riflessione finisce per allearsi con gli impulsi primitivi, consegnandoci al capriccio della poesia pura, al grande salto verso ciò che più ci appartiene: l’atto irrazionale.

Alessandro Broggi, Sì, 2024

Eppure a me sembra che il chiacchiericcio dei miei pensieri di questo momento non sia più rilevante di quello di ieri, dell'altro ieri o di settimana scorsa. Né di quello di un anno addietro, o di dieci, che nemmeno ricordo... e non ricordo nemmeno i pensieri che avevo dieci minuti fa...
Sulla loro base avevo fondato l'abitudine della mia identità e la storia della mia biografia, ma capisco ora che non c'è alcuna verità da difendere, ogni regola funziona soltanto all'interno del contesto per cui l'ho istituita e ogni pensiero termina per lasciare il posto a quello che lo segue: corrono verso il nulla, non hanno più bisogno della mia considerazione.

Jennifer Egan, The Candy House, 2022

Non c'è niente di originale nel comportamento umano. Qualsiasi idea io abbia sta probabilmente passando per la mente di altre decine di individui che rientrano nelle mie stesse categorie demografiche. Viviamo in modi simili, abbiamo pensieri simili. Ciò che gli elusori vorrebbero restaurare, ho idea, è quel senso di unicità che provavano prima che conteggi come i nostri dimostrassero loro quant'erano paurosamente simili a tutti gli altri. Il punto su cui gli elusori si sbagliano è che la quantificabilità non rende la vita umana meno degna di essere vissuta e neanche (questa è un'idea controintuitiva, lo so) meno misteriosa... così come identificare lo schema della rima in una poesia non priva quest'ultima del suo valore. Al contrario!

Kenzaburō Ōe, Gli anni della nostalgia, 1987

Dopo questo discorso, lei propose di giocare a bridge, gioco che andava molto di moda a quell'epoca. Quando cominciarono a giocare, io rimasi di nuovo escluso. Continuai a bere scotch da solo, dicendo tra me e me: “Se voglio continuare ad avere a che fare con il mondo giornalistico, devo assumere un atteggiamento più deciso. Quando esprimo la mia opinione, devo insistere, andare fino in fondo. Altrimenti non sarò mai convincente. Se mi ritiro a metà, divento lo zimbello di tutti. Qui pare che le cose funzionino così”.

László Krasznahorkai, Il ritorno del barone Wenckheim, 2016

Non amava nessuno, e nessuno amava lui, e di questo stato delle cose era profondamente soddisfatto, il rispetto era un'altra cosa, quello veniva da sé, purtroppo, derivava dalla stessa stupidità umana nei confronti della quale era impotente, non che se ne curasse troppo, non se ne curava troppo, tuttavia ogni qual volta ci si trovava di fronte gli causava atroci sofferenze, e in fin dei conti era stato proprio questo a spingerlo verso la prima decisione, poiché non si poteva ancora definire una decisione quando si risolvette a rinunciare alla scienza, ad abbandonare ogni attività scientifica, la cosiddetta ricerca scientifica, tale risoluzione fu piuttosto la naturale conseguenza del fatto che aveva perso interesse nei confronti dei muschi, di cui pure si era occupato per tutta la sua vita e che gli avevano procurato la notorietà in tutto il mondo, eppure arrivò un giorno in cui, guardando fuori dalla finestra, vedendo la scritta del Plenty Market dall'altro lato della strada e la lunga fila di gente già in coda pochi minuti prima dell'apertura, sicuramente dovuta agli sconti che quel giorno facevano sui pomodorini a grappolo e sulla Coca-Cola da mezzo litro, e vedendo quell'insegna e quella fila gli passò la voglia di qualsiasi studio scientifico...

Javier Cercas, intervista “La Stampa”, 17 novembre 2011

In realtà sappiamo che la Storia non ha alcun senso, nessuna razionalità, non domina Hegel ma Shakespeare, un continuo, anche cruento dramma senza senso. Ci sono però, effettivamente, momenti in cui anche la Storia sembra arrestarsi, e tutto ci pare acquistare un senso: è un’illusione, però ci è indispensabile, quella che io chiamo le figure della storia.

Edvard Radzinskij, Rasputin, 2000

È strano, ma l'idea era condivisa da tutta l'intellighenzia russa, persino quella più radicale, che odiava gli zar e ne era odiata. Tutti i pensatori famosi e autorevoli che spesso litigavano tra loro e si smentivano reciprocamente, Tolstoj, Dostoevskij, Turgenev, tutte le diverse correnti del pensiero filosofico russo concordavano su questo concetto: solo il popolo semplice, umile, analfabeta e oppresso possedeva una sua intima verità. Solo nelle tenebre delle umili casupole contadine era ancora vivo lo spirito autentico di Cristo, che si conservava grazie alla sofferenza costante. Da esso si doveva imparare come vivere in modo saggio e cristiano.
E si verificò una cosa curiosa: anche lo zar russo professava queste idee. Quell'imperatore timido, basso di statura, con un portamento tutt'altro che maestoso, si sentiva a disagio ai balli e alle riunioni ufficiali, nell'ambiente dei cortigiani e dei ministri, dove gli sembrava sempre di essere paragonato al padre defunto, il gigante. Ed era invece felice tra le persone semplici, in un'atmosfera di venerazione, di devozione.

Donna Tartt, Il piccolo amico, 2002

Non facevano per lei i libri per ragazzi dove i ragazzi crescevano, come se «diventare grandi» (nei libri come nella vita) implicasse un repentino e inspiegabile cedimento del carattere. Nel bel mezzo di una vita splendida gli eroi e le eroine dicevano improvvisamente addio alle loro avventure per qualche insulso innamorato, si sposavano e mettevano su famiglia, e generalmente prendevano a comportarsi come un branco di mucche.

Francesco Cataluccio, Il ghigno tragicomico dell'immaturità, 2020

Ma, rispetto a Peter Pan, il protagonista di Ferdydurke ha dei dubbi: è visceralmente innamorato della propria immaturità e, al tempo stesso, vede l’immenso baratro di stupidità che la circonda. L’Autenticità umana che molti, dall’evangelista Matteo a Rousseau, hanno identificato con la fanciullezza, in realtà non esiste: è un mito.

Ennio Flaiano, Una e una notte, 1959

Verso le sei, quando i suoi colleghi cominciavano ad arrivare, se ne sarebbe andato. Non resisteva a quell'allegria, che subito creavano, di solidale attività, al loro gergo di cronaca che immiseriva i fatti della vita in un cinismo quotidiano e abitudinario.

Marino Magliani, Materiali onirici di un somarello marino, 2024

Un amico, forse il solo avuto durante la vita, mentre facevano cabotaggio, così, parlando della vita, aveva attribuito quel disagio a una forma di stress. Ma lui certi termini li ignorava e lo stress preferiva chiamarlo spavento. Spavento nel suo dizionario comprendeva molte cose, tra cui la nausea e l'angoscia e altri sconforti del genere. Spavento era il vento contrario, cos'altro avevano conosciuto i suoi giorni, quella continua patina e corrente contraria che non ti molla, tu non la cerchi, puoi persino voltarti e tornare sui tuoi passi, non serve mica, il vento contrario fa il giro e ti aspetta, te lo ritrovi davanti, e allora sì, prima o poi ti arrendi o ti fermi. Spavento era stata dunque la vita? Ma dai, ora esagerava. Eppure tolte le emozioni simpatiche e solitarie contro una parete di spugna tiepida, non possedendo per destino mani amiche, e tolti i fastidi, punizioni, tolti metodi di una ripetizione stagionale, se c'era qualcosa di perfettamente intatto e non contaminato nella sua esistenza, era proprio lo spavento, sempre lo stesso, iniziato nel preciso momento in cui forse era uscito dal grembo dolce di suo padre e aveva gridato, e lo spavento durava da allora ad oggi, compresi tutti gli oggi futuri della vita.

Witold Gombrowicz, Ferdydurke, 1938

E soprattutto c’era qualcosa che mi accompagnava continuamente non allontanandosi mai neanche di un passo, qualcosa che avrei potuto chiamare la consapevolezza inframolecolare di uno scherno interiore, di un intimo dileggio fra le capricciose parti del mio corpo e le corrispondenti parti della mia anima.

Emily Brontë, Poems by Currer, Ellis, and Acton Bell, 1846

The night is darkening round me,
The wild winds coldly blow;
But a tyrant spell has bound me
And I cannot, cannot go.
The giant trees are bending
Their bare boughs weighed with snow,
And the storm is fast descending,
And yet I cannot go.
Clouds beyond clouds above me,
Wastes beyond wastes below;
But nothing dread can move me -
I will not, cannot go.

Silvia Acierno, “exlibris20”, 3 maggio 2024

Dire che il romanzo è morto è una messa in scena, un melodramma. Alle ossessioni di un’epoca si sostituiscono quelle della successiva, in una rivisitazione continua di quell’antica querelle tra antico e moderno. Noi che ci struggiamo tra quei soliti due estremi, la nascita e la morte - della tragedia, del romanzo e di noi stessi.

Annie Proulx, Avviso ai naviganti, 1993

Prese l’abitudine di passeggiare avanti e indietro nella roulotte chiedendosi ad alta voce: «Chissà? Chissà?» Lo ripeteva in continuazione. Perché nessuno sapeva. Ciò che intendeva dire era: tutto può accadere. Una moneta che gira su se stessa, in equilibrio sul bordo, può cadere da qualsiasi parte.

Václav Havel, Un uomo al Castello, 2006

Ho tenuto un discorso a Parigi per i rappresentanti delle maggiori corporazioni sopranazionali, veri e propri padroni dell’attuale mondo globalizzato. Mi ero preparato un discorso molto forte in cui criticavo il comportamento delle grandi corporazioni, la loro assoluta mancanza di rispetto, l’omologazione del mondo, l’onnipresente dittatura della pubblicità e del profitto etc. etc. Prima del discorso, che ho letto in inglese, ero oltremodo nervoso, perché temevo di essere fischiato oppure che tutti se ne andassero per protesta. È successo esattamente il contrario: mi hanno ascoltato con estrema attenzione e alla fine ho ricevuto un battimani enorme, addirittura hanno applaudito in piedi.
Esistono tre spiegazioni possibili:
1. Non hanno applaudito il mio discorso, ma la mia persona, cioè il simbolo, quella mia storia di vita un po’ da fiaba con un curioso happy end.
2. Applaudivano se stessi, l’infinito potere e le ricchezze di cui dispongono, che hanno permesso loro di ingaggiare un critico feroce del loro operato e di rendergli omaggio, snobbando nel frattempo, in maniera elegante, le sue idee.
3. Non escludo affatto la possibilità che mi abbiano applaudito semplicemente perché erano d’accordo con me, erano contenti che qualcuno avesse parlato in loro vece. Infatti, molti di loro non esprimono, con il comportamento, la loro reale opinione sul mondo e sul progresso, ma sono trascinati dall’enorme “autocinesi” della civiltà contemporanea, contro la quale non hanno il coraggio di parlare per non mettere a rischio la propria agiatezza, ben consci però della sua ambiguità.

Vladimir Nabokov, Cose trasparenti, 1972

Forse, se il futuro esistesse in modo concreto e individuale, come qualcosa che può essere percepito da un cervello superiore, il passato non sarebbe così seducente: le sue esigenze risulterebbero controbilanciate da quelle del futuro. Le persone potrebbero allora stare a cavalcioni sul punto centrale dell'asse in bilico mentre contemplano questo o quell'oggetto. Potrebbe essere divertente.

María Zambrano, “Sur”, novembre-dicembre 1969

L'attitudine filosofica è quanto di più simile ci sia a un congedo, alla partenza del figliol prodigo dalla casa del Padre: dalla tradizione ricevuta, dagli dèi incontrati, dalla familiarità e perfino dal mero commercio con le cose, così come questo si è venuto consolidando con l'abitudine. Più che a ogni altra cosa, essa fa pensare a un rigetto di tutto ciò che si era ricevuto non meno radicale di quello che mostrano certe luminose vocazioni religiose, che molto possiederebbero di demoniaco agli occhi del mondo se il mondo fosse capace di accorgersi di loro nel momento in cui si producono piuttosto che dopo, quando ormai sono storia.

Flann O'Brien, “Envoy”, maggio 1951

Anche un episodio del genere potrebbe sembrar buffo, ma il fatto curioso è questo: che Joyce impiegò tutta la vita per trasformarsi in un personaggio letterario. Con un'attrazione di tipo narcisistico, egli creò Dedalus, l'uomo senza età. Introducendo nei suoi libri personaggi presi dalla realtà, egli riuscì con grande maestria a ottenere l'effetto opposto, ossia a renderli romanzeschi e leggendari. Ciò, ovviamente, si scontra col senso comune. Migliaia di persone credono infatti che un tizio di nome Sherlock Holmes sia esistito davvero.

Thomas Mann, Doktor Faustus, 1947

«Perplessità» è un'eccellente espressione; io ne ho sempre avuta un'alta considerazione filologica. È parola avvolta dalla luce ambigua che scaturisce sia dal lato ammirevole sia da quello equivoco di una cosa o di un uomo, e che invita ad affrontare ma anche a evitare un argomento o, in ogni caso, ad avvicinarlo con grande cautela.

Carlo Sini, Sentire il mondo, 2005

Ma colui che nasce viene al mondo sull'onda del primo battito che riesce ad avvertire. Come questo accada è un mistero. Come faccio io a nascere dicendo: «ecco il battito della mia mamma»? Come posso avvertirlo io, che prima non c'ero? Si viene infatti al mondo con questa prima percezione. Un tale interrogativo schiude il grande enigma del tempo, che è anche l'enigma del concetto, del riconoscimento, del pensiero. Dobbiamo dire francamente che noi non siamo mai presenti al primo battito. Si viene al mondo non in un'origine assoluta: si viene propriamente al mondo con il secondo battito. Avvertire qualcosa a un certo punto significa infatti che il feto dice a se stesso: «oh, eccolo di nuovo, il battito». Questo riconoscimento rappresenta il concetto, il pensiero, il segno. In altre parole: io non posso conoscere il mondo, né il battito che mi fa venire al mondo. Posso soltanto riconoscerlo, posso cioè dire «eccolo di nuovo». Ciò che siamo in grado di conoscere è il ritmo, non l'origine di questo battito. L'origine è retroflessa nel secondo battito, che dice: «ecco che viene ancora il primo». Ed è così che si dà un primo, un'origine, una madre. Così si dà un mondo.

Jonathan Coe, Donna per caso, 1987

“Non lo so” disse Maria. “A volte ho la sensazione che negli ultimi anni ho combinato meno che in tutto il resto della mia vita. Ma poi non sono nemmeno sicura di aver mai combinato qualcosa. Non sono nemmeno sicura di sapere cosa significa. Una volta ho messo qualcuno al mondo, un bambino, ma non c'è molto altro.” Fece un sorriso, un sorriso rapido e contratto, poi ripeté: “Non c'è molto altro”.

Flannery O'Connor, Scrivere racconti, 1957

Ho una zia che pensa che in un racconto non succeda niente se alla fine non c'è un matrimonio o una fucilazione. Ho scritto una volta un racconto, la storia di un vagabondo che sposa la figlia ritardata di una vecchia per venire in possesso dell'automobile di quest'ultima. Dopo il matrimonio, parte per il viaggio di nozze con l'automobile e con la ragazza ritardata, che abbandona in un'area di ristoro per proseguire il viaggio da solo. Si tratta di una storia dotata di completezza. Non c'è altro da dire sul mistero della personalità del protagonista attraverso quella particolare drammatizzazione. Eppure non sono mai riuscita a convincere mia zia che questa è una storia completa. Continua a chiedermi che fine ha fatto la ritardata.

Jonathan Littell, Le benevole, 2006

Se l'avessi domandato a Zorn, sapevo che mi avrebbe risposto: «Proprio per approfittarne prima di crepare, per godere un po'», ma non ce l'avevo con il godimento, anch'io sapevo godere quando volevo, no, ce l'avevo probabilmente con la loro terribile mancanza di autoconsapevolezza, con quel modo straordinario di non pensare mai alle cose, a quelle buone come a quelle cattive, di lasciarsi trascinare dalla corrente, di uccidere senza capire perché e senza nemmeno darsene pensiero, di brancicare delle donne perché erano disponibili, di bere senza nemmeno cercare di assolversi dal proprio corpo. Ecco cosa non capivo, io, ma non mi si chiedeva di capire.

Graham Harman, “Filozofski vestnik”, 2012

Se il metodo e la conoscenza consistono nel localizzare le qualità delle cose, la filosofia è un contro-metodo e una contro-conoscenza il cui obiettivo è giungere alla cosa-in-sé separata dalle sue qualità. Ma se la filosofia combatte una battaglia in solitaria nella sua ambizione a considerare tutti i tipi di oggetti (inclusi quelli non reali), non è la sola disciplina a presentarsi come contro-metodo e contro-conoscenza: sua parente prossima è l’arte. Al contrario, persino l’etimologia della parola “scienza” tradisce la sua aspirazione a essere un tipo di conoscenza che consiste in un accesso diretto alle qualità delle cose, guidato da un forte scetticismo nei confronti di entità fantasmatiche in eccesso, non accessibili a una forma di intelletto di tipo discorsivo.

Ermanno Cavazzoni, Manualetto per la prossima vita, 2024

A differenza dei pesci, degli insetti, dei rettili e degli altri mammiferi, noi umani viviamo in mezzo agli spiriti, cioè a esseri che non si vedono ma che ci premono e ci condizionano. E ci auguriamo di diventare dopo la vita pure noi spiriti, per continuare bene o male a vivacchiare nei posti dove avevamo vissuto. Col passare del tempo gli spiriti quindi si accumulano, e si concentrano negli appartamenti come sardine in scatola, dove passano il tempo a osservare la vita degli abitanti che si dicono ancora vivi.

Veronica Raimo, Miden, 2018

Ho finito di rispondere al questionario. Avevo l'impressione che avrei potuto rispondere indifferentemente sì o no a tutte le domande e non avrei comunque mentito.

Paul Auster, La musica del caso, 1990

«Cominci a sembrarmi un po' Flower, Jack. Il tizio vince una lotteria, e tutto d'un tratto pensa di essere stato eletto da Dio.»
«Non sto parlando di Dio. Dio non c'entra niente con questo.»
«È semplicemente un'altra parola per la stessa cosa. Tu vuoi credere in un fine nascosto. Cerchi di persuaderti che c'è una ragione per ogni cosa che avviene in questo mondo. Non ha importanza come lo chiami - Dio o fortuna o armonia - si finisce sempre nelle stesse palle. È un modo di evitare i fatti, di rifiutarsi di osservare come vanno davvero le cose.»

Giuseppe Rensi, La filosofia dell'assurdo, 1937

Mi diventa sempre più sbalorditiva e violenta l'impressione che la vita sia fondata su questo fatto semplicissimo e famigliarissimo: il mangiare. Perché, cosa vuol dire mangiare? Che una vita distrugge lietamente, saporosamente un'altra vita per incorporarsela; che deve distruggere per conservarsi. Ma che vuol dire dunque che per vivere occorra necessariamente mangiare, che la vita per reggersi abbia imprescindibile bisogno del mangiare? Vuol dire che la vita (la realtà) per esistere ha bisogno di distruggere se stessa. Una realtà che si mantiene solo annientandosi, che si afferma solo togliendosi, che si pone solo negandosi. Non è forse ciò, per la nostra mentalità, l'espressione stessa dell'assurdo?

Alberto Pezzotta, Kiarostami nell'era dell'AI, “Snaporaz”, 26 luglio 2024

Il destino delle avanguardie è sempre stato quello di alimentare il linguaggio della pubblicità, ma negli ultimi decenni la distanza temporale (la “finestra”, per usare un termine della distribuzione dei prodotti audiovisivi) si è sempre più assottigliata, fino a erodere i confini tra arte e non arte in modo molto più radicale e devastante di quanto facessero i ready made di Duchamp o le scatole del Brillo di Warhol che folgorarono Arthur Danto. Così non c’è più la “trasfigurazione del banale”, ma una “artistizzazione” dell’insignificante (il concetto è di Mario Perniola, L’arte espansa): tutto diventa arte, e proprio per questo non significa più nulla.

Daniel Keyes, Fiori per Algernon, 1966

Non so bene, in ogni modo, che cosa voglia dire quoziente di intelligenza. Il professor Nemur ha detto che è qualcosa per misurare quanto si è intelligenti... come una bilancia dal droghiere pesa i chilogrammi. Ma il dottor Strauss ha avuto con lui una lunga discussione e ha detto che il quoziente non pesa affatto l'intelligenza. A parer suo, il quoziente di intelligenza misura la capacità di essere intelligenti, come i numeri all'esterno di una provetta. Resta sempre da riempire la provetta con qualcosa.

Ernesto Aloia, Camere oscure, 2024

Cosa cerca davvero Gatsby, Daisy oppure la luce verde tremolante sulla lontana sponda dello stretto? Non è una donna che vuole recuperare ma, al di là delle apparenze, un momento preciso del passato, il momento in cui tutto era ancora possibile. Il momento cosmogonico delle nostre vite. Quando, come prima dell'inizio del tempo, tutte le possibilità erano ancora rinchiuse in un punto senza dimensioni, tutte coesistenti, tutte ugualmente attive.

Antonio Moresco, Gli increati, 2015

Ci sono schiere di scrittori vivi nelle città dei vivi, che combattono gli uni contro gli altri come se fossero vivi. Si sbranano per contendersi un tempo che non c'è più, che non c'è mai stato, che non ci sarà. Combattono per restare vivi, per diventare morti. Si gettano con i loro volti morti e con le loro frenetiche codine morte lungo il canale uterino della vita morta, e ognuno di loro vorrebbe essere il primo a sfondare l'ovulo della vita che sta dentro la morte. C'è un'enorme placenta ormai sul punto di scoppiare che contiene tutti gli scrittori di questa epoca finale della cosiddetta vita umana e del mondo. Se ne stanno là, addormentati e atterriti, con le loro manine che stringono anche nel sonno le loro piccole narrazioni dislocate dentro un tempo che non c'è più, con i loro occhietti sbarrati anche nel sonno, schiere di corpicini allineati nel buio come negli universi larvali sotterranei degli insetti.

Zadie Smith, Cambiare idea, 2010

La profonda ostilità di Nabokov nei confronti di Freud non era un capriccio casuale: a farlo inorridire era proprio la teoria dell’inconscio. Non sopportava di ammettere l’esistenza di un potere secondario in grado di dirigere e dirottare il suo. Penso a quella deliziosa idea di Kundera: «I grandi romanzi sono sempre un po’ più intelligenti dei loro autori». È questo, in parte, ciò che Barthes aveva da dirci e ciò che Nabokov voleva contestare. Forse ogni scrittore ha bisogno di mantenere la fede in Nabokov, e ogni lettore in Barthes.

Solvej Balle, Il volume del tempo | 1. L'enigma, 2020

Thomas non dubitava che io dicessi la verità. Aveva parlato con me ma se ne era dimenticato. E questo fatto lo spaventava. Una cosa era che avessi riscontrato un guasto nel normale tempo precedente, ma il fatto che lui avesse preso parte di persona al mio giorno, che avesse intrattenuto conversazioni e compiuto atti che non ricordava, evidentemente gli procurava lo stesso senso di vertigine e di agitazione che avevo provato io vedendo la fetta di pane planare verso il pavimento. Lo strano attimo in cui ti manca la terra sotto i piedi, e di colpo ti sembra che tutta la prevedibilità di questo mondo può essere soppressa, come se all'improvviso fosse scattata un'allerta massima esistenziale, un quieto panico, che non ti spinge a fuggire né a gridare aiuto, e non richiede ambulanze né squadre di soccorso. È come se questa allerta si trovasse pronta in fondo alla coscienza, quasi come un fondamentale di cui solitamente non hai percezione, ma che si attiva non appena noti l'imprevedibilità del mondo, la consapevolezza che tutto può cambiare in un attimo, che quel che non può accadere, che non ci aspettiamo assolutamente, è comunque possibile. Che il tempo si fermi. Che la gravità cessi. Che la logica del mondo e le leggi della natura crollino. Che dobbiamo riconoscere che la nostra aspettativa riguardo all'invariabilità del mondo poggia su fondamenta fragili. Non ci sono garanzie, e dietro a tutto ciò che abitualmente riteniamo certo ci sono eccezioni improbabili, rotture improvvise e inimmaginabili violazioni delle leggi vigenti.

Paola Randi, intervista 4 giugno 2018

Mio padre era di Palermo, mia madre di Venezia, sono andati a Milano a vivere, mia sorella sta a Londra e io a Roma. Into Paradiso è nato anche dal fatto che allora i giornali parlavano di emergenza sicurezza collegandola sempre agli immigrati. Una cosa mi colpì molto: in un Paese che ha ben tre tipi diversi di mafia e condannati e collusi col crimine perfino in parlamento, che il pericolo nazionale fosse dato dai rifugiati a me sembrava una cosa folle. Quindi sono andata a cercare di capire chi fossero queste persone, e a Napoli l'immagine che mi ha aperto la strada è stata quella di piazza Dante, divisa tra gli scugnizzi da una parte che giocavano con una pallina da tennis, e gli srilankesi eleganti, dall'altra, a cricket.

Giuseppe Berto, Dopo la rovina, 1953

Per la prima volta nella nostra storia avevamo assunto un ruolo da protagonisti e siamo clamorosamente falliti. Ed ora, invece di additare le cause di quel fallimento nelle nostre ambizioni sbagliate e nella nostra incapacità a svolgere un compito che evidentemente non era il nostro, ci ostiniamo ad incolpare pochi, come se noi in quel tempo non avessimo partecipato alle vicende di cui eravamo bene o male attori. È troppo facile dire: ci hanno ingannati. Bisognava avere la stoffa della gente che non si lascia ingannare. Ed è ancora più disonesto dire: non ci hanno ingannati ma ci hanno costretti, e noi da furbi siamo vissuti in attesa del giorno in cui tutto il castello delle ridicolaggini retoriche sarebbe crollato. Bisognava avere la stoffa della gente di ribellarsi alle cose ridicole che portano alla rovina. Invece non abbiamo fatto nulla, siamo andati da ignavi incontro alla nostra più grande disfatta. [...] Il popolo aveva paura, i soldati avevano paura. Troppi scappavano appena era possibile, io per primo. Non c'è vergogna a riconoscerlo. È assurdo pensare che tutta la grandezza di una nazione consista nella più grande capacità di affrontare la morte o di dare la morte. La guerra non è la più nobile tra tutte le cose, ed è ridicolo che ci ostiniamo a predicarlo noi, che la guerra da molti secoli non la sappiamo fare.