otros
Gertrude Stein, Autobiografia di tutti, 1937
Heinrich Mann, L'odio, 1933
Toni Morrison, Beloved, 1987
Matteo Marchesini, Teoria come critica: Franco Brioschi, “Snaporaz”, 11 marzo 2025
Javier Marías, Berta Isla, 2017
Marco Drago, Innamorato, 2023
Ugo Cornia, Il mio amico Bill Clinton, 2025
Virginia Woolf, Il valore della risata, 1905
W.G. Sebald, Austerlitz, 2001
Roberto Bolaño, Il ritorno, 2001
David Wallace-Wells, “New York Magazine”, settembre 2017
Gilda Policastro, Dritto in fondo, dopo il terminal 1, “Snaporaz”, 19 ottobre 2024
che scrivo versi
come se l’andare a capo
fosse un sedativo blando
o, al contrario, l’estremo sforzo al decollo
quando le luci si sono abbassate
come poi all’atterraggio ho pensato
alla morte come nelle poesie brutte
dove la metafora è espressa o
spiattellata con le parole che irritano
i romanzieri: clangore tonanti - e poi descrivono cieli e fiori
Mircea Cărtărescu, Solenoide, 2015
Charles Chaplin, La mia autobiografia, 1964
Poi, dal fondo del palcoscenico, all'estrema sinistra, la Duse entrò in scena sbucando da un archivolto, piano piano, quasi senza farsi notare. Si fermò dietro un cestello di crisantemi bianchi che troneggiava su un pianoforte a coda e, silenziosamente, cominciò a rimetterli a posto. Un mormorio percorse la platea, e la mia attenzione lasciò immediatamente il giovane attore per concentrarsi sulla Duse. Ella non guardò né il collega né alcuno degli altri personaggi, ma continuò silenziosamente a disporre i fiori nel cestello e ad aggiungerne altri che aveva portato con sé. Quand'ebbe finito attraversò diagonalmente il palcoscenico, sedette in una poltrona accanto al caminetto e guardò il fuoco. Solo una volta fissò il giovanotto, e quell'occhiata racchiudeva tutta la saggezza e il dolore della umanità. Poi continuò ad ascoltare e a scaldarsi le mani: quelle mani così belle, così sensibili.
Dopo il veemente discorso di lui, ella parlò pacatamente guardando il fuoco. Non c'era traccia d'istrionismo; la sua voce veniva dalle ceneri di una tragica passione. Non compresi una parola, ma mi resi conto di essere alla presenza della più grande attrice che avessi mai visto.
Clarice Lispector, La passione secondo G.H., 1964
Ma io ero come una persona che, essendo nata cieca e non avendo accanto a sé nessuno in possesso della vista, una persona che non avesse avuto la possibilità di fare domande a proposito della vista: non avrebbe perciò saputo dell'esistenza del vedere. Ma, dato che la vista esisteva effettivamente, sebbene quella persona di per sé non lo sapesse e non ne avesse mai sentito parlare, quella persona se ne sarebbe rimasta lì ferma, inquieta, vigile senza poter domandare su ciò di cui non sapeva l'esistenza - lei avrebbe sentito la mancanza di ciò che avrebbe dovuto essere suo.
Cristina Battocletti, Epigenetica, 2023
Edoardo Albinati, Velo pietoso, 2024
Non ascoltare neanche per un istante l'insensato e borioso slogan: “Sii te stesso”.
Franz Kafka, Otto quaderni in ottavo, 1917-1918
Louis Napoléon Geoffroy-Chateau, Napoléon et la conquête du monde. 1812-1832, 1836
Legge terribile, che uccide Alessandro, Raffaello, Pascal, Mozart e Byron prima dei trentanove anni! Legge terribile che arresta la parabola di ogni popolo, di ogni sogno, di ogni esigenza prima che sia giunta al culmine! In quanti hanno sospirato per le loro speranze infrante, supplicando il Cielo di esaudirle!
E se Napoleone Bonaparte, schiacciato da questa legge fatale, fosse stato malauguratamente sconfitto a Mosca, rovesciato a meno di quarantacinque anni, per andare a morire su di un'isola-prigione, in mezzo all'oceano, non sarebbe questa una cosa da far venire le lacrime agli occhi a chiunque si trovasse a leggere una storia del genere?
Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, 2009
Pier Paolo Pasolini, Petrolio, 1975
Francesco Pecoraro, I ritornanti di Roma, “Snaporaz”, 14 gennaio 2025
Inès Cagnati, Genie la matta, 1976
Aldo Busi, Suicidi dovuti, 1996
Irmgard Keun, Dopo mezzanotte, 1937
Ottessa Moshfegh, McGlue, 2014
Heinrich Mann, L'odio, 1933
Giovanni Mariotti, Il Faraone Anguilla, 2024
Quarantaquattro anni è durato il suo regno; una lunga sospensione prima che l'Egitto andasse in rovina.
Nessuno si è accorto che si è trattato di uno dei periodi più belli, nella storia dell'Egitto.
I sacerdoti si lamentavano perché l'antica fede s'illanguidiva, gli artisti perché l'arte decadeva, i generali perché lo spirito guerriero sembrava morto, i nobili perché non c'era più nobiltà, i mercanti e i contadini perché le tasse erano troppo alte.
Ma fra un lamento e l'altro, fra alti e bassi, fra piccoli successi e piccoli fallimenti, la vita scorreva tranquilla nelle ventimila città.
Georges Didi-Huberman, Devant le temps, 2000
Thomas Bernhard, Ja, 1978
Gerard Basil Edwards, Il libro di Ebenezer Le Page, 1981
Cesare Pavese, La luna e i falò, 1950
Milan Kundera, L'immortalità, 1990
Che nome dare all'atteggiamento del padre? Vigliaccheria? No. I vigliacchi temono per la loro vita e quindi per la vita sanno anche battersi furiosamente. Nobiltà? Di questa si sarebbe potuto parlare se avesse agito così per riguardo verso il prossimo. Ma Agnes non credeva in questa motivazione. Di che si trattava dunque? Non sapeva rispondere. Di una cosa sola era sempre stata sicura: su una nave che affonda e dove è necessario battersi con altra gente per poter salire sulle scialuppe di salvataggio, il padre sarebbe stato condannato a morte in partenza.
Sì, questo era certo. La domanda che ora si poneva era la seguente: suo padre provava odio per la gente sulla nave, così come lei lo aveva provato per la motociclista o per l'uomo che l'aveva derisa perché si copriva le orecchie? No, Agnes non riesce a immaginarsi suo padre capace di odiare. L'inganno dell'odio sta in questo, che ci lega al nostro avversario in uno stretto abbraccio. Qui sta l'oscenità della guerra: l'intimità del sangue reciprocamente mescolato, la lasciva vicinanza di due soldati che si trafiggono guardandosi negli occhi. Agnes era certa che proprio quell'intimità faceva ribrezzo al padre. La ressa sulla nave gli ripugnava a tal punto che preferiva annegare. Trovarsi a contatto fisico con uomini che cercano di spingersi via l'uno con l'altro e di mandarsi a morte a vicenda gli sembrava molto peggio che finire la vita da solo nella limpida purezza delle acque.
Ludwig Wittgenstein, Sull'etica, 1929
Niles Eldredge, conferenza Modena, 19 settembre 2010
Giorgia Tribuiani, Guasti, 2017
Già. E sa cosa mi diceva?
Il vigilante scosse la testa.
Mi diceva: l’uomo è la più bella opera d’arte che esista al mondo.
Oh, Giada.
Sa, io non lo credo.
Cosa?
Io non credo che l’uomo sia un’opera d’arte, e vuole sapere perché? Perché l’arte è un prodotto dell’uomo, il segno tangibile della sua grandezza, certo, ma anche della sua fragilità. Arte è solitudine, il tentativo di fermare qualcosa di vero e la speranza che qualcuno si fermi a guardarlo. Arte è prendere il proprio dolore, la propria disperazione, e provare a convertirli in bellezza, trovare al male un senso e una posizione; una giustificazione. Arte è comprendere di essere di passaggio, gratuiti, superflui, e non saperlo o volerlo accettare. Arte è non farsi bastare questo mondo ed essere così arroganti da voler creare altra esistenza, e respirare quello e vivere di quello. Arte è una parola: la dicono i critici con gli occhi dietro gli occhiali e un corpo plastinato davanti e la fanno diventare realtà. Potrebbero dirlo adesso, registrare queste mie frasi e dire accorrete, questa è arte, venite a sentire, ma il mio discorso resterebbe solo un mucchio di pensieri storti in cerca di un orecchio capace di ascoltare.
Heinrich Böll, Assedio preventivo, 1979
«Certo che lo è - anche Veronica è fedele. Questo è la cosa terribile in loro, questo le mette tutte in questa situazione disperata. Non possono lasciare, non possono desistere. E se Sabine fosse soltanto stata infedele a Fischer non soffrirebbe così - lo considererebbe un passo falso, si confesserebbe - e via. In fondo è anche fedele a se stessa... non può uscire dalla propria pelle e adesso è fedele all’altro. È il tipo che si lascia spezzare il cuore per fedeltà - se soltanto sapessi chi è - lei dice che vuole lavorare, vivere in qualche posto nell'anonimato, e lavorare...»
Vitaliano Trevisan, I quindicimila passi, 2002
Patricia Highsmith, Quando a Mobile sbarcò la flotta, 1970
Olga Tokarczuk, Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, 2009
Ubaldo Berti, Giovanissimo Holden, “Snaporaz” 12 ottobre 2024
Richard Yates, Revolutionary Road, 1961
Enzo Fileno Carabba, Vite sognate del Vasari, 2021
Cormac McCarthy, Stella Maris, 2022
L'avete fatto?
No.
Cos'altro?
Sull'argomento?
Sì.
Molto probabilmente l'amore è di per sé un disturbo mentale.
È una battuta?
No.
Crede sia così?
Probabile. Forse no. A volte. La letteratura non è molto incoraggiante. L'esperienza nemmeno.
Uwe Johnson, Congetture su Jakob, 1959
Neige Sinno, Triste tigre, 2023
Agnes Heller, Biopolitica e libertà, 2003
David Markson, L'amante di Wittgenstein, 1988
Ciò che Robert Schumann fece fu risedersi al piano e suonare il brano da capo.
Daniela Ranieri, Stradario aggiornato di tutti i miei baci, 2021
Giulio Mozzi, Sono l’ultimo a scendere..., 30 marzo 2005
Guido Morselli, Dissipatio H.G., 1973
Uno degli scherzi dell'antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell'uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi. Il vecchio Montaigne, sedicente agnostico, si schierava coi dogmatici, coi teologi: «Ainsi fera la mort des autres choses notre mort».
Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro.
Georges Simenon, Il dottor Bergeron, 1937
Ilaria Gaspari, La reputazione, 2024
Jim Baggott, Origini, 2015
Noi oggi naturalmente viviamo in comunità molto più numerose, addirittura in città con milioni di abitanti. Ma non è in questo senso che Dunbar usa il concetto di “comunità”: possiamo benissimo vivere e lavorare in mezzo a un gran numero di persone; ma quante ne conosciamo davvero (e quante ci stanno a cuore)? Quante persone consideriamo parte della nostra famiglia e della nostra cerchia di amicizie (compresi gli amici di Facebook)? E quante di queste sono mere conoscenze, con le quali non abbiamo alcuna autentica relazione? Nei loro studi, gli scienziati hanno spaziato su una gamma molto ampia di comunità diverse - antiche e moderne: continua a emergere il numero 150.
Alain-Fournier, Il grande Meaulnes, 1913
Filippo Tuena, Memoriali sul caso Schumann, 2015
Colette, Camera d'albergo, 1940
Poteva continuare, la buona Antoinette. Era meglio che ignorasse che una conflagrazione di coincidenze costituisce una sorta d'impegno, che esiste anche un trantran dell'imprevisto. Una congiuntura ci sembra unica perché non siamo tanto perspicaci da scoprire che essa, vestita a nuovo, si accompagna a un vecchio caso identico...
Iris Murdoch, Under the Net, 1954
Antonia Pozzi, Pudore, 1° febbraio 1933
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.
Paul Guimard, Un concours de circostances, 1990
Due passeggeri di uno stesso treno, seduti l’uno di fronte all’altro nello stesso scompartimento, non fanno lo stesso viaggio. L’uno interpreta il paesaggio sulla base degli elementi che gli vengono incontro; elementi che l’altro vedrà un attimo dopo, da un’altra prospettiva, sotto un’altra luce, dunque diversi; o che non vedrà affatto se tra lui, osservatore in movimento, e l’oggetto osservato si frapporrà un qualunque ostacolo, per esempio un cavalcavia. Dal canto suo, il passeggero seduto in direzione opposta al senso di marcia scopre un universo che gli occhi del suo dirimpettaio ignoreranno. Somiglia tanto alla mia vita coniugale. Da vent’anni io e Isabelle ci muoviamo insieme nello spazio e nel tempo l’uno di fronte all’altra, più che fianco a fianco. Dubito che vediamo lo stesso paesaggio.
Elizabeth Von Arnim, Un incantevole aprile, 1921
Alexander Schnell, “Reportagen”, luglio 2018
Silvio D'Arzo, Casa d'altri, 1952
Julio Cortázar, Divertimento, 1949
Alessandro Broggi, Sì, 2024
Sulla loro base avevo fondato l'abitudine della mia identità e la storia della mia biografia, ma capisco ora che non c'è alcuna verità da difendere, ogni regola funziona soltanto all'interno del contesto per cui l'ho istituita e ogni pensiero termina per lasciare il posto a quello che lo segue: corrono verso il nulla, non hanno più bisogno della mia considerazione.
Jennifer Egan, The Candy House, 2022
Kenzaburō Ōe, Gli anni della nostalgia, 1987
László Krasznahorkai, Il ritorno del barone Wenckheim, 2016
Javier Cercas, intervista “La Stampa”, 17 novembre 2011
Edvard Radzinskij, Rasputin, 2000
E si verificò una cosa curiosa: anche lo zar russo professava queste idee. Quell'imperatore timido, basso di statura, con un portamento tutt'altro che maestoso, si sentiva a disagio ai balli e alle riunioni ufficiali, nell'ambiente dei cortigiani e dei ministri, dove gli sembrava sempre di essere paragonato al padre defunto, il gigante. Ed era invece felice tra le persone semplici, in un'atmosfera di venerazione, di devozione.
Donna Tartt, Il piccolo amico, 2002
Francesco Cataluccio, Il ghigno tragicomico dell'immaturità, 2020
Ennio Flaiano, Una e una notte, 1959
Marino Magliani, Materiali onirici di un somarello marino, 2024
Witold Gombrowicz, Ferdydurke, 1938
Emily Brontë, Poems by Currer, Ellis, and Acton Bell, 1846
The wild winds coldly blow;
But a tyrant spell has bound me
And I cannot, cannot go.
The giant trees are bending
Their bare boughs weighed with snow,
And the storm is fast descending,
And yet I cannot go.
Clouds beyond clouds above me,
Wastes beyond wastes below;
But nothing dread can move me -
I will not, cannot go.
Silvia Acierno, “exlibris20”, 3 maggio 2024
Annie Proulx, Avviso ai naviganti, 1993
Václav Havel, Un uomo al Castello, 2006
Esistono tre spiegazioni possibili:
1. Non hanno applaudito il mio discorso, ma la mia persona, cioè il simbolo, quella mia storia di vita un po’ da fiaba con un curioso happy end.
2. Applaudivano se stessi, l’infinito potere e le ricchezze di cui dispongono, che hanno permesso loro di ingaggiare un critico feroce del loro operato e di rendergli omaggio, snobbando nel frattempo, in maniera elegante, le sue idee.
3. Non escludo affatto la possibilità che mi abbiano applaudito semplicemente perché erano d’accordo con me, erano contenti che qualcuno avesse parlato in loro vece. Infatti, molti di loro non esprimono, con il comportamento, la loro reale opinione sul mondo e sul progresso, ma sono trascinati dall’enorme “autocinesi” della civiltà contemporanea, contro la quale non hanno il coraggio di parlare per non mettere a rischio la propria agiatezza, ben consci però della sua ambiguità.
Vladimir Nabokov, Cose trasparenti, 1972
María Zambrano, “Sur”, novembre-dicembre 1969
Flann O'Brien, “Envoy”, maggio 1951
Thomas Mann, Doktor Faustus, 1947
Carlo Sini, Sentire il mondo, 2005
Jonathan Coe, Donna per caso, 1987
Flannery O'Connor, Scrivere racconti, 1957
Jonathan Littell, Le benevole, 2006
Graham Harman, “Filozofski vestnik”, 2012
Ermanno Cavazzoni, Manualetto per la prossima vita, 2024
Veronica Raimo, Miden, 2018
Paul Auster, La musica del caso, 1990
«Non sto parlando di Dio. Dio non c'entra niente con questo.»
«È semplicemente un'altra parola per la stessa cosa. Tu vuoi credere in un fine nascosto. Cerchi di persuaderti che c'è una ragione per ogni cosa che avviene in questo mondo. Non ha importanza come lo chiami - Dio o fortuna o armonia - si finisce sempre nelle stesse palle. È un modo di evitare i fatti, di rifiutarsi di osservare come vanno davvero le cose.»